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Chi è che gode delle liti tra cattolici e luterani

ANTOINE MEKARY/ALETEIA

Giovanni Marcotullio - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 16/10/16


«Più profonda e nel nostro Paese [parlava in Germania, e questo intende quando dice “il nostro Paese”, N.d.R.] più scottante è la […] sfida per l’intera cristianità; di essa vorrei parlare: si tratta del contesto del mondo secolarizzato, nel quale dobbiamo vivere e testimoniare oggi la nostra fede. L’assenza di Dio nella nostra società si fa più pesante, la storia della sua rivelazione, di cui ci parla la Scrittura, sembra collocata in un passato che si allontana sempre di più. Occorre forse cedere alla pressione della secolarizzazione, diventare moderni mediante un annacquamento della fede? Naturalmente, la fede deve essere ripensata e soprattutto rivissuta oggi in modo nuovo per diventare una cosa che appartiene al presente. Ma non è l’annacquamento della fede che aiuta, bensì solo il viverla interamente nel nostro oggi. Questo è un compito ecumenico centrale nel quale dobbiamo aiutarci a vicenda: a credere in modo più profondo e più vivo. Non saranno le tattiche a salvarci, a salvare il cristianesimo, ma una fede ripensata e rivissuta in modo nuovo, mediante la quale Cristo, e con Lui il Dio vivente, entri in questo nostro mondo. Come i martiri dell’epoca nazista ci hanno condotti gli uni verso gli altri e hanno suscitato la prima grande apertura ecumenica, così anche oggi la fede, vissuta a partire dell’intimo di se stessi, in un mondo secolarizzato, è la forza ecumenica più forte che ci ricongiunge, guidandoci verso l’unità nell’unico Signore».

La Svezia luterana non potrà accogliere Papa Francesco con grandi pompe, semplicemente perché lassù il cristianesimo è rimasto al lumicino. Né si può dire in modo apodittico che il protestantesimo abbia di per sé meno anticorpi contro la secolarizzazione (la galassia “evangelical” sembra attestare il contrario, e anche Benedetto XVI lo aveva ricordato, proprio un minuto prima). Queste appaiono in realtà mere questioni di speculazione filosofica, laddove è invece la cronaca a rivelarci che poteri come quelli di John Podesta, attualmente responsabile della campagna presidenziale di Hillary Clinton, sono attivamente impegnati nel foraggiamento di movimenti e organizzazioni che instillino nella Chiesa – parole di Podesta – “i semi di una rivoluzione”, e più precisamente «un’apertura a una Primavera Cattolica».

La cronaca è già diventata storia al punto da mostrare quali siano stati i risultati delle cosiddette “primavere arabe”: instabilità politica del Mediterraneo, prezzo del petrolio fuori controllo, stretta dei vincoli capestri tra gli Stati Uniti e i Paesi europei, per non spingerci fino alla ricomparsa di barlumi di guerra fredda, con la Turchia in mezzo a giocare inquietanti parti tra Nato, Europa, Usa, Russia, mondo arabo aperto e Stato islamico. Sappiamo quindi che “Catholics in Alliance for the Common Good” è un cavallo di troia per modificare la dottrina della Chiesa (nelle mail trafugate Podesta si dilunga anche sul programma, tutta roba vecchia: sacerdozio uxorato, ordinazione femminile, liceità di divorzio, aborto, rapporti omosessuali…). Puntuali inchieste come quelle di Edward Pentin, poi, hanno già mostrato che simili pressioni sono all’opera non solo nell’ambiente laicale (leggere The rigging of a Vatican Synod), e se il nome di John Podesta, insieme con quelli di Jennifer Palmieri e di John Halpin, indicano alcuni tra i maggiori esponenti dei “liberals” statunitensi, non è gettandosi a capofitto sul Gop che si otterrà qualcosa di buono. «È necessaria una terza via, tra il Cremlino e la Casa Bianca», diceva San Giovanni Paolo II negli ultimi anni della guerra fredda. Erano gli anni in cui definiva Lutero “homo religiosus” (i suoi successori non si sono mai spinti a tanto) e spendeva il meglio delle sue forze nell’animazione di quel dialogo ecumenico che ha condotto alla Dichiarazione congiunta di cui dicevo sopra.

È dunque della massima priorità che i cristiani superino la loro cronica “sindrome dei capponi”, ed è necessario che questo avvenga su più piani: anzitutto i fedeli cristiani di tutte le confessioni devono avere l’umiltà di non trincerare le proprie personali frustrazioni dietro improbabili crociate da tastiera; poi la gerarchia cattolica (e menziono solo questa perché la Chiesa romana è senza dubbio la più solida dal punto di vista strutturale) deve avere la fermezza di contrastare e reprimere le pressioni che, al suo interno, serpeggiano per introdurre «la fine della dittatura medievale e l’inizio di un po’ di democrazia e di rispetto per l’uguaglianza di genere»; infine, occorre che gli esponenti delle conferenze episcopali tengano gli occhi bene aperti sui movimenti laicali e sui partiti politici. Perché siano capaci di fare quest’ultima cosa, che avrà ripercussioni anche sulla seconda e forse persino sulla prima, occorre anzitutto che nella Chiesa si dichiari una guerra senza quartiere al clericalismo. E anche a tutte le altre “malattie ecclesiali” denunciate dall’ultimo successore di Pietro. Cui persino Lutero, a suo tempo, si disse pronto a baciare “la sacra pantofola”. Sulle “piaghe della Chiesa”, per dirla con Rosmini, l’ecumenismo è già fatto e finito.

ARTICOLO TRATTO DA LA CROCE QUOTIDIANO

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chiesa luteranaecumenismomartin luteropapa francesco
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