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Chi è che gode delle liti tra cattolici e luterani

ANTOINE MEKARY/ALETEIA

Giovanni Marcotullio - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 16/10/16

Sì, qui sta uno dei punti su cui l’ecumenismo è chiamato a riflettere la sua serena luce, senza che ne derivino (di nuovo) anatemi e scomuniche. Che verrebbero, stavolta, da parte protestante, non cattolica: il cuore della mitologia luterana, infatti, le leggendarie 95 tesi “affisse da Lutero sulla porta della cattedrale di Wittenberg”, sono probabilmente il frutto dello zelo celebrativo di Filippo Melantone. Il quale peraltro, oltre a essere l’unico autore coevo a raccontare il fatto, non arrivò a Wittenberg che un paio d’anni dopo il 1517.

Con ogni verisimiglianza, quindi, Lutero non affisse mai alcunché al portale della cattedrale. Eppure l’apertura del “giubileo luterano” insiste su questo dato, di fatto leggendario, e ne ha ben donde: è il cuore nobile della mitologia della Riforma. Peccato che sia un mito, appunto.

Le divergenze

Uno dei passi ancora incompiuti, nel processo ecumenico cattolico-luterano, è proprio il conseguimento di un “rilassamento” generale nell’attaccamento feticistico alla figura del fondatore. In fondo, contraddice la buona volontà della “lettura della continuità” con cui gli eredi della riforma luterana rifiutano di dirsi “luterani”, dal momento che il loro eponimo – stando a quanto dicono – non avrebbe mirato ad altro che alla riforma della Chiesa. Soprattutto in Italia, dove le frizioni con il mondo cattolico sono fisiologicamente maggiori per numero e per intensità, siamo ancora distanti dal traguardo.

D’altro canto, all’“anti-römischer Affekt”, inacerbito nel mondo germanico dalla Exsurge Domine (la bolla con cui Leone X scomunicò Lutero), si contrappone spesso sul versante cattolico un pregiudizio anti-protestante che – non potendosi nemmeno sostanziare con solide ragioni teologiche – finisce per non essere neanche più riconoscibile come cattolico, e diviene semplicemente espressione di un atteggiamento di vuoto campanilismo.

Allora, per venire un istante ad alcuni contenuti, ricordiamo che il papato, in sé, non fu l’oggetto diretto delle rimostranze di Lutero, né stava da principio nel mirino della sua “Riforma”. Lo si è visto l’altro ieri, coi luterani in visita “ad limina”, ma lo si vide già nel 1510, quando “ad limina” c’era venuto Lutero in persona (e con accenti commossi, secondo alcune voci che la storia ufficiale ha silenziato). Lo si vedeva pochi anni dopo quel giorno – e questi sono invece documenti solidissimi – quando Lutero scriveva all’amico/nemico Erasmo: «Almeno tu hai capito che il Papa non c’entra niente: ti dico anzi che io sarei pronto oggi ad andare a Roma a baciare la sacra pantofola [sic!], se il Papa ammettesse oggi che l’uomo non è libero». La libertà dell’uomo? Eh, sì, se ne sono scordati quasi tutti, ma uno dei tormenti di Lutero era il mistero della sinergia tra grazia e libertà umana: alcuni si salvano e altri no? E perché? E come potremo accettarlo? La speranza che a Lutero venne dal porre al centro del suo sistema la giustificazione “per sola fede” fu la molla che lo liberò dalla tormentosa immagine del Dio castigamatti – immagine idolatrica, e in ultima analisi diabolica, con cui deve fare i conti ogni credente.

Quel 23 settembre 2011, a Erfurt, Benedetto XVI tirava delicatamente le orecchie a cattolici e protestanti, nella sala capitolare dell’antico convento di Lutero: «Chi, infatti, si oggi si preoccupa ancora di questo, anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel nostro annuncio? La maggior parte della gente, anche dei cristiani, oggi dà per scontato che Dio, in ultima analisi, non si interessa dei nostri peccati e delle nostre virtù. Egli sa, appunto, che tutti siamo soltanto carne. Se si crede ancora in un al di là e in un giudizio di Dio, allora quasi tutti presupponiamo in pratica che Dio debba essere generoso e, alla fine, nella sua misericordia, ignorerà le nostre piccole mancanze. La questione non ci preoccupa più. Ma sono veramente così piccole le nostre mancanze?».

Quello del “sola fide” fu un eccesso, certamente, che condusse Lutero a un errore dottrinale. Ma i teologi hanno lavorato, e già alla vigilia del Grande Giubileo del 2000 la commissione teologica cattolico-luterana era giunta all’importante traguardo di una “Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione”: «Con ciò – vi si legge in conclusione – le condanne dottrinali del XVI secolo, nella misura in cui esse si riferiscono all’insegnamento della giustificazione, appaiono sotto una nuova luce: l’insegnamento delle Chiese luterane [si noti che, secondo il vocabolario del Vaticano II, la nota avrebbe dovuto scrivere “delle comunità ecclesiali luterane”, N.d.R.] presentato in questa Dichiarazione non cade sotto le condanne del Concilio di Trento. Le condanne delle Confessioni luteranenon colpiscono l’insegnamento della Chiesa cattolica romana così come esso è presentato in questa dichiarazione [corsivi d.R.]» (n. 41).

La teologia, però, è cosa difficile (se fatta bene) e sicuramente non è alla portata di tutti: quando essa suona come una sinfonia esoterica, è tanto più facile cedere alla tentazione di alzarsi dal banco della biblioteca e prender parte alle dispute da social sull’opportunità di questa o quella parola del Papa. Tanto è gratis e fa sentire migliori (sentirsi migliori del Papa, poi, è così gratificante…).

Quel che resta (ma davvero)

«Permangono ancora questioni – proseguiva la medesima Dichiarazione – di importanza diversa, che esigono ulteriori chiarificazioni». Nessuno si era illuso che bastasse un pezzo di carta per riparare lo squarcio aperto in mezzo millennio. Anche qui però è opportuno distinguere e soprattutto crescere, tutti, nella conoscenza della realtà storica. Ad esempio, che i luterani non credano alla presenza reale di Cristo nell’eucaristia è una caricatura della posizione di Lutero, il quale semplicemente non accettava la razionalità della categoria di “transustanziazione” nell’elaborazione dottrinale. I problemi di quella categoria, poi, erano così evidenti, fin dal suo conio, che lo stesso Tommaso d’Aquino ne uscì solo appellandosi alla categoria di miracolo (appello lecito e ragionevole, ma certo non razionale in senso scientifico). Era Melantone (sempre lui) quello che professava una “santa cena” puramente commemorativa, ma chi ha buona memoria storica ricorda che simili posizioni erano sempre esistite anche in àmbito cattolico: la polemica con Berengario di Tours, nel IX secolo, si dà proprio per questo, e gli stessi miracoli eucaristici, in tutta la storia, non avvengono soprattutto in ambito cattolico perché il Signore voglia da quei contesti bacchettare gli errori di Melantone, ma appunto perché quegli errori sono endemici fra tutti i cristiani. Né potrebbe essere altrimenti, visto che dipendono radicalmente dalla gnoseologia umana e dalla distanza che in essa intercorre tra esperienza sensoriale e atto di giudizio.

Anche sul canone scritturistico Lutero fece un grave errore, che dipendeva però dall’enfasi sulla dottrina della giustificazione e dal contesto umanistico rinascimentale che gli dava sponda: che però il canone corto non abbia una vera legittimità nel mondo cristiano è cosa oggi accademicamente riconosciuta (permangono posizioni nostalgiche, specie in Italia, come quelle del valdese Paolo Ricca, ma prive di veri sostegni); che il “sola scriptura” sia in sé una petizione di principio è chiaro a chiunque (e non mancano protestanti che chiedono l’ammissione nella comunione romana proprio dopo aver aperto gli occhi su questo: si pensi ai teologi Scott Hahn e a sua moglie Kimberly).

Dum Romæ consulitur…

Ma se dopo tutte queste considerazioni storiche e dottrinali leviamo lo sguardo e ci guardiamo intorno, torniamo ancora una volta a quella memorabile lectio di Benedetto XVI a Erfurt.

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