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Come hanno interpretato la Bibbia i grandi compositori?

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Lo scopriamo in questa intervista al prof. Pasquale Troìa, docente di Bibbia e musica

A cura di Costanza d’Ardia

Cecilia incontra il Prof. Pasquale Troìa, insegnante di religione al Liceo Scientifico “Farnesina” di Roma, autore del progetto multimediale Bibbia Educational, docente di Bibbia e Musica all’Angelicum, l’unico corso esistente in Italia capace di rivelare come i grandi compositori hanno interpretato i testi sacri.

Professore, che cosa significa essere docente di Bibbia e Musica?

Significa avere una grande responsabilità. Questo corso, Bibbia e musica, è l’unico che troviamo in Italia, in tutte le università sia statali che pontificie. Per la prima volta si riconosce l’interazione tra Bibbia e musica. Ovvero, la musica non è semplicemente un contenitore delle parole della Bibbia, ma la musica fa interpretazione, esegesi, commento, parafrasi, tutto quello che le parole hanno fatto sempre studiando la Bibbia e che ora fanno anche gli artisti, i musicisti, i danzatori e il cinema.

Il corso prevede che si conosca la musica?

No. Il corso suppone che si abbia una minima conoscenza della Bibbia, ma questa conoscenza non è soltanto del tipo parola-parola, ma è anche di musica-parola, mi spiego:

Se qualcuno ha letto Genesi 1:2, ‘la creazione’, ha letto parole. Poi ha cominciato a vedere che esistono i mosaici, quindi ha visto le parole tradotte in immagini. Poi magari avrà visto un film. Questo è un corso che si propone di far vedere in che modo i musicisti abbiano interpretato la Bibbia. Faccio un esempio:

Haydn, quando deve esprimere con la musica il caos originale, crea, da buon musicista, una dissonanza, una disarmonia, che si risolve in un’armonia, in un’esplosione orchestrale quando Dio dice: “E sia la luce!” L’orecchio di chi ascolta percepisce che si passa da note che si scontrano, come può essere un caos primigenio e poi piano piano si compongono e diventano armonia. Da quel momento in poi c’è l’armonia perché Dio crea.

Faccio un altro esempio: perché Bach quando scrive l’Oratorio di Natale lo scrive in Re maggiore? Così come l’oratorio di Pasqua e il Magnificat. Ovviamente un musicista ti risponde che un Re maggiore è una tonalità con due diesis in chiave, ma è una risposta troppo tecnica. Basta dire che il Re maggiore da subito l’idea del trionfo, della novità, di qualcuno che sta arrivando e ti porta qualcosa di bene. Bach,  solo usando il Re maggiore, ti fa capire che la nascita di Gesù è un evento che porta gioia, giubilo! Non ha usato il La minore, che porta un po’ malinconia. Ecco, bastano queste piccole cose, non è necessario conoscere la parte tecnica.

Questi compositori di cui parliamo erano credenti?

Erano più che credenti. Si dice che quello che per un esegeta è la Bibbia, per Bach è stato l’organo. Anni fa ho intervistato Goffredo Petrassi sul rapporto Bibbia e musica, e mi disse: “Per me la Bibbia è stato un pre-testo, ho trovato nelle parole della Bibbia, la migliore formulazione verbale di quello che per me era un disagio esistenziale, e l’ho utilizzato”. Un pretesto che ha reso autorevole la sua musica, e che lo ha impegnato profondamente.

La musica ha anche un ruolo importante nella tradizione liturgica?

Nella tradizione liturgica ebraica e cristiana, la Bibbia viene sempre cantillata o proclamata, non letta. Questo significa che non impegna soltanto il dire, ma anche il modo di dire, quindi le tonalità. Io da più di 40 anni mi occupo di canti liturgici ebraici, e mediante quello, scopro le radici del canto liturgico cristiano. Il canto è un’opportunità di dialogo. Sono convinto, infatti, che il dialogo si opera mediante le fraternità. Ultimamente abbiamo fatto un CD di canti ebraici ‘Shirè Miqdash’, con il mio amico Adolfo Locci, rabbino di Padova. Questo fatto di essere ospitato nella loro tradizione, da una parte mi responsabilizza e dall’altra mi onora, perché posso finalmente dialogare con quelli che sono i miei fratelli maggiori.

Che cosa ascoltiamo nel brano che ha scelto per Cecilia?

Il testo del salmo 114 è in ebraico e in latino, ma la formula di recitazione (melodia) del canto  è la stessa, quella ebraica (che secondo il musicista Joel Cohen è stata composta subito dopo il 70 d.C. –  data in cui il Tempio di Gerusalemme fu distrutto dal futuro imperatore Tito – e probabilmente conosciuta da Gesù stesso.


Ascolta il Salmo 114:


È importante conoscere le innumerevoli opportunità che si possono cogliere dalla traduzione della Bibbia in musica…

Certamente, ed è triste constatare che in ambito accademico, purtroppo non c’è ancora uno studio, un’istituzione. Solo qui, nella Pontificia università San Tommaso d’Aquino di Roma, esiste questo corso da 15 anni. 25 anni fa , ci fu un convegno su Bibbia e musica, organizzato da Biblia, un’associazione laica di cultura biblica. Da allora studi su questa interazione non ce ne sono più stati, e stiamo parlando del ’90… io sfido tutti a guardare i grandi convegni con i grandi temi. È sempre assente la musica, adesso le faccio io una domanda: come si fa a pregare senza cantare?

Potete contattare il prof. Pasquale Troìa alla mail: pasqualetroia@alice.it

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