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I tanti “non so” di una mamma che straziano e salvano

Artem Mizyuk
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Non so cosa mi aspetta domani.

Non so che cosa mi diranno le bambine appena le incontrerò, domani.

Non so.

Non so quali parole atti o cose passate attraverso me come un cavo trasmittente e ignaro hanno toccato chi e hanno lasciato cosa. Qui in camera, al bar. Al piano sotto questo e al piano terra.

Non so in che giorno della settimana sono nata e anche se mia mamma me l’ha detto qualche volta il ricordo sfuma. Mi immagino il papà che corre avvisato dalla segretaria dell’azienda e la sua faccia quando scopre che sono io, una bambina.

Non so, non so.

Non so di cosa soffra il bambino appena ricoverato nella stanza n. 23, quella singola, video controllata. Non so cosa pensi provi speri sua mamma. E suo papà?

So che siamo tutti pallidi, quasi azzurri come i corridoi.

Non so perché solo nella nostra stanza manchi il crocifisso. La ragazza in camera con noi disegna bene. Ho voglia di chiederle di disegnare un crocifisso ma non ho il coraggio. Ancora.

Non so quando usciremo davvero perché le informazioni sono parziali, troppe variabili a giocare sul piatto dei giorni.

Non so perché ogni volta che vedo un cielo terso con un azzurro così forte che sembra uno schiaffo mi prenda una grande nostalgia ed un senso di spreco. Ah sì, lo so. È perché non ho più il lago a poco da me. Se c’è sereno o anche un forte vento il lago mi chiama. Devo sapere com’è questo azzurro specchiato nelle acque grandi del Garda. E vedere le corse del vento in mezzo alle onde che alza.

Non so.

Non so perché a quella ragazzina senza respiro nello sguardo sia successa una cosa così orribile. In tre, due anni fa, le hanno fatto male. Tre maschi e lei bambina. Ma a loro importava solo fosse femmina. Non parla, ogni tanto il vulcano esplode e travolge chi passa.

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