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Solitudine positiva e solitudine distruttiva, come distinguerle?

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Pexels/CC0

Sylwia Krajewska - pubblicato il 12/10/16

Ciascuno di noi, in qualche momento della vita, ha sperimentato la solitudine. Visto che siamo diversi l’uno dall’altro, anche la solitudine ha molte facce; per alcuni è solo uno stato temporaneo provocato da prove e tribolazioni passate, per altri è qualcosa di permanente, debilitante e devastante.

Non importa se la solitudine va e viene o se si è insediata per sempre, arriva sempre in due forme: positiva e distruttiva. La forma che assumerà dipende in gran parte da noi, dal nostro atteggiamento e dal nostro successo o fallimento nel venire a patti con le nostre esperienza di vita.

L’accettazione provoca sollievo. Ci libera, ci calma e ci aiuta ad accettare tutto ciò che accade; ci apre al mondo e agli altri.

Una mancanza di accettazione provoca invece frustrazione, tensione, stress, dolore e ansia. Mette in moto una serie di meccanismi per alleviare la sofferenza. Uno di questi è la soppressione di pensieri, emozioni o standard di comportamento spiacevoli a favore di altri più gratificanti. Per prevenire i penseri di solitudine, ad esempio, acquisto molti cuccioli e me ne prendo cura.

Negare o mettere da parte l’anelito a un rapporto è un altro meccanismo di difesa. Ad esempio, dimentico gli incontri familiari, i compleanni e gli incontri con gli amici e voglio isolarmi da loro.

La negazione è un altro meccanismo: faccio finta di non rischiare di essere solo e di avere ancora molto tempo.

La mancanza di accettazione della solitudine di ciascuno comporta il rischio di cadere preda di ogni tipo di dipendenze, che non fanno altro che intensificare l’isolamento e come conseguenza possono portare a vivere nella mancanza di realtà, a un distacco da se stessi e dal mondo esterno. Una persona che vive questo sperimenta spesso un senso di imbarazzo e di colpa e sente che non si ripone fiducia in lei. È un modo sicuro per scegliere la solitudine come stile di vita.

È innegabile che vivere da soli sia più facile. Viviamo come vogliamo, senza rischiare di essere feriti, senza litigare con gli altri e poi dover fare concessioni. Possiamo essere noi stessi; nessuno ci limita, ci giudica o ci critica.

Naturalmente, stare da soli ha un grande valore in sé. È come lo stare in silenzio, che conduce al discernimento, allo sviluppo e alla comprensione di sé. Stando da soli possiamo riscoprirci, conoscere le nostre passioni e le nostre aspettative. Possiamo vivere in armonia con noi stessi e ritagliarci del tempo per quello che riteniamo importante. Stare da soli può anche essere una scelta di vita, fatta in nome di una missione o di una passione. È ad esempio la scelta dei viaggiatori o dei missionari laici.

Stare da soli può essere considerato positivo quando deriva da un bisogno interiore e consapevole di allontanarsi dalle persone e dall’ambiente che ci circondano. In questo senso è uno stato temporaneo, quando abbiamo bisogno di stare per conto nostro per ascoltare meglio i nostri pensieri e discernere i nostri sentimenti per allontanarci dalle vecchie abitudini. La solitudine ci aiuta a venire a patti col passato, e ci permette di guardare in modo più spassionato ai nostri rapporti.

La solitudine, tuttavia, può anche essere distruttiva. Ciò si verifica quando ci opponiamo ad essa dentro di noi e quando la consideriamo uno stato senza speranza. Questo può portare a instabilità emotiva, con i sentimenti dominanti di impotenza, tristezza e rassegnazione, a volte perfino depressione.

Possiamo anche entrare in panico ed essere estremamente ansiosi sul futuro, il che può portare a ogni tipo di comportamento impulsivo. Ad esempio, quando siamo disperati cerchiamo di collegarci agli altri, trascorriamo ore chattando o controllando i siti web di appuntamenti, avviamo relazioni superficiali, false e tossiche solo per avere qualcuno intorno. Attanagliati dal panico, diventiamo partner di persone che non approveremmo mai in altre circostanze. Le nostre azioni, inolte, sono spesso in netto contrasto con il nostro sistema di valori; ad esempio, ci uniamo a vari gruppi ambigui, sette e comunità solo per stringere contatti con gli altri, per non sentirci vuoti e soli. Avviamo relazioni sessuali con persone che conosciamo a malapena solo per tenerle vicine a noi.

La solitudine distruttiva è un’autodelusione. Anche se parliamo molto, diciamo poco su di noi, timorosi di divulgare i nostri veri sentimenti, le nostre necessità, le nostre aspettative e preoccupazioni. Tutte queste azioni sono efficaci solo per breve tempo, attenuando o riempiendo per un attimo il nostro vuoto interiore.

Le azioni compiute in uno stato di depressione o di panico possono essere rischiose o anche autodistruttive: appartenere a una comunità sconveniente, tentativi di suicidio, suicidio.

La solitudine distruttiva provoca sofferenza, frustrazione, insoddisfazione, isolamento e bassa autostima. È una debolezza, un fuggire da sé.

La solitudine positiva porta alla scoperta di sé. Dà forza.

Dobbiamo ricordare che siamo sia responsabili delle nostre scelte che dipendenti da esse. Molto dipende da noi; possiamo decidere se la nostra vita è sulla strada giusta o su quella che porta alla perdizione.

Sylwia Krajewska è psicologa, proprietaria dello Psychocentrum Therapy Centre (www.psychocentrum.pl) e fondatrice dei portali www.samotnosc.info.pl e www.kochamzabardzo.pl.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
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