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“Senza accordo nella regione nessuna pace in Siria”

Vatican Insider - pubblicato il 11/10/16

«Anche se sono italiano, come nunzio la mia patria è la Siria. E un figlio non può staccarsi dal capezzale della madre, quando è malata o morente. Per questo rimango lì…». Il neo-porporato Mario Zenari, classe 1946, dal 2009 rappresentante pontificio a Damasco, ha appreso della sua nomina cardinalizia mentre stava pranzando con familiari e amici a Villafranca di Verona, suo paese natale. «Non ne sapevo nulla», spiega a Vatican Insider. Tre anni fa un colpo di mortaio è piombato accanto alla nunziatura. «Se fosse caduto mezz’ora prima, mentre recitavo il breviario all’esterno, non so se oggi sarei qui a parlare con lei», confida. 

Qual è la situazione oggi a Damasco?

«Rispetto ad Aleppo si può ancora a vivere, nonostante i colpi di mortaio e le schegge. Tutto è inquinato: l’aria, l’acqua, il suolo. E le persone scampate alle bombe o agli attacchi con armi chimiche, vivono sotto un’altra bomba, quella della povertà, che colpisce l’80 per cento della popolazione. Metà delle fabbriche e degli ospedali sono distrutti». 

Che cosa può fare la comunità internazionale?

«La chiave di una possibile soluzione è in mano a Stati Uniti e Russia. Tre anni fa sembrava che il miracolo fosse vicino, ma le vicende in Crimea e Ucraina hanno fatto risorgere la “guerra fredda”. Agli inizi dello scorso settembre si era arrivati a un accordo, i russi si impegnavano a far rimanere a terra le forze armate siriane, gli Usa a tenere fermi i ribelli moderati. Poi il giorno 19 c’è stato l’attacco al convoglio umanitario. Evidentemente c’era qualcuno che voleva far saltare l’accordo». 

Vede possibili soluzioni all’orizzonte?

«Oggi c’è in Siria la presenza di sei-sette diverse nazioni, alcune appartenenti alla regione. E poi c’è l’Isis, che rappresenta una guerra dentro la guerra. Le soluzioni di forza finiscono col rafforzare i ribelli estremisti. Entrano armi con molta facilità e si sa chi finanzia questi trasferimenti. Dietro a certi gruppi si sa che ci sono Stati della regione che hanno grandi disponibilità economiche. Bisogna dire che questo conflitto è scoppiato in casa musulmana, tra i Paesi sunniti e sciiti. I problemi per la Siria, ma anche per l’Iraq e lo Yemen vengono da lì. Senza un accordo tra i paesi della regione è difficile costruire la pace». 

Lei riesce ad avere contatti sia con il governo siriano del presidente Assad, sia con i ribelli?

«Noi come sede diplomatica abbiamo relazioni con il governo e siamo trattati con rispetto. Quando mi sposto per visitare qualche diocesi, avverto il ministero degli Esteri, ma mi hanno sempre favorito e anche offerto la scorta. Sono rispettosi verso la Santa Sede. Con i ribelli è più difficile per me avere contatti diretti. Sono in rapporto con sacerdoti e membri delle comunità cattoliche che vivono nelle zone controllate da Al-Nusra, i quali a loro volta hanno contatti con i ribelli». 

Secondo lei è possibile arrivare alla pace con il presidente Assad al potere?

«Da quello che posso vedere c’è stato un cambiamento di prospettiva e si sono attutite le posizioni di quelle nazioni che volevano a tutti i costi un cambio di regime. Si cercano soluzioni di compromesso, tenendo presente la lezione di quanto accaduto in altri Paesi». 

Le Chiese locali sono apparse molto vicine ad Assad. Perché?

«Bisogna comprendere il loro punto di vista: la libertà religiosa in Siria era buona, si potevano costruire chiese. È difficile immaginare che all’improvviso si sputi sul piatto dove si è mangiato. Da parte mia in queste situazioni ho sempre invitato alla prudenza, a non esporsi troppo. I cristiani potevano essere l’ago della bilancia, fare da ponte. Nei villaggi misti vivevano bene e convivevano bene con i musulmani. Purtroppo la comunità cristiana si è assottigliata».  

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