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Perché tanto rumore sulla Comunione ai divorziati risposati?

© Petr Jilek/SHUTTERSTOCK

Catholic Link - pubblicato il 11/10/16

Il divorzio è un peccato?

Il Catechismo afferma che “il divorzio è una grave offesa alla legge naturale… Il divorzio offende l’Alleanza della salvezza, di cui il Matrimonio sacramentale è segno” (CCC, n. 2384).

Ci sono comunque situazioni in cui la Chiesa ritiene il divorzio giustificabile: “Se il divorzio civile rimane l’unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale” (CCC, n. 2383).


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Risposta? Il divorzio non è necessariamente un peccato. Ci sono (pochi) casi in cui è giustificabile o perfino necessario.

Risposarsi

E allora qual è il problema con la Comunione? Il problema sorge quando la persona divorziata si risposa senza aver prima ottenuto la nullità del primo matrimonio.

Cristo è dolorosamente chiaro al riguardo: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei” (Mc 10, 11-12).

Conclusione? Se la coppia divorziata è risposata civilmente, l’unione non può essere riconosciuta come valida, e questo va contro gli insegnamenti di Cristo.

Cathy Caridi, avvocato canonico statunitense, spiega:

“In altre parole, la società presume ragionevolmente che marito e moglie abbiano rapporti sessuali. Di conseguenza, la Chiesa considera il rapporto tra un cattolico e un secondo coniuge adultero, se il primo coniuge è ancora vivente. E visto che l’adulterio rappresenta un grave male morale, un cattolico che vive in questa situazione non può ricevere l’Eucaristia. Per citare ancora una volta il Catechismo, ‘l’atto sessuale deve avere posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un peccato grave ed esclude dalla comunione sacramentale’” (n. 2390).

E allora? Emergono tre questioni:

1. Il benessere spirituale della persona

Ci si potrebbe chiedere se questa regola di non ricezione dell’Eucaristia non sia una sorta di punizione se non addirittura uno sfruttamento dell’individuo che soffre.


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Padre Paul Keller, O.P., afferma quanto segue:

“Chiedersi una cosa del genere suggerisce che la Chiesa non ha ruolo nel difendere i fedeli dalla condanna che attirano su di sé, come avverte San Paolo. Se la Chiesa rimanesse passiva e permettesse la Santa Comunione a una persona non in condizioni idonee, sarebbe passibile di giudizio per un tipo diverso di sfruttamento: il fallimento nell’evitare che i suoi figli agiscano male e pecchino, così come il fallimento nel custodire fedelmente e nel dispensare i sacramenti. La vigilanza della Chiesa non è sfruttamento né manipolazione; è pura e semplice carità. È la preoccupazione della madre a che i suoi figli non ingeriscano la medicina sbagliata, perché non diventi un veleno”.

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Tags:
comunionedivorziomatrimonio

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