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Sono disabile. Perché non dovevo nascere?

Fot. Krzysztof Stępkowski

Grzegorz Polakiewicz - pubblicato il 11/10/16

Cosa provano i disabili di fronte al dibattito sull'aborto in Polonia?

Si sta facendo tardi, ma ho comunque deciso di sedermi al computer per buttar giù qualche pensiero. Oggi ho letto quello che ha affermato la signora Bakuła: “Senza l’aborto, nascerebbero degli storpi”. Ho letto anche questo commento: “Piuttosto che combattere l’aborto, dovremmo pensare a cosa fare perché non nascano tanti storpi. In parte so la risposta a come limitare drammaticamente questo fatto”. Non menzionerò nemmeno alcune e-mail private.

Sono un disabile. Sono una persona che secondo molti non dovrebbe essere nata affatto! Ho una malattia congenita e un’altra dozzina di patologie; non ho la gamba sinistra. I trent’anni della mia vita sono stati finora pieni di prove e tribolazioni. Ma questo non conta. Da quando ho 15 anni ho lavorato sodo, visto che la mia famiglia non era in grado di provvedere a me. Ho dedicato ogni mio momento libero a stare vicino ad altre persone: negli hospice, nei reparti oncologici degli ospedali, nelle case-famiglia, nelle prigioni, nei centri di assistenza, in stazioni, parchi, chiese, pub… Ho incontrato senzatetto, malati e poveri. Ho parlato personalmente con papi, Capi di Stato, cardinali, cosiddette celebrità e prostitute. Ho incontrato politici e imprenditori di successo, bambini, giovani, adulti e anziani, persone che credono in Dio e persone che non ci credono. Bambini e adulti mi sono morti tra le braccia. Ho amato e odiato. Come chiunque altro, avevo i miei sogni.

Nella vita ho anche avuto la mia dose di sofferenza fisica e spirituale. Sono stato un senzatetto, respinto e tradito. Da bambino ho sentito mio padre dire che lo repellevo; sono state queste le parole che ha pronunciato sul letto di morte. Quando venivo anestetizzato su un tavolo operatorio, ho avuto la premonizione che non avrei più riaperto gli occhi.

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abortohandicappolonia
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