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De Kesel, il professore-vescovo del dialogo

Vatican Insider - pubblicato il 10/10/16

Ha appreso la notizia sull’autobus per l’aeroporto poco prima del volo che l’avrebbe riportato a casa. Proprio non se l’aspettava monsignor Jozef de Kesel, 69 anni, dall’autunno scorso arcivescovo della diocesi di Bruxelles-Malines dall’autunno scorso e presidente della Conferenza episcopale belga dal mese di gennaio, di diventare cardinale al prossimo concistoro. Aveva partecipato nel Principato di Monaco all’Assemblea plenaria della CCEE conclusasi domenica mattina con la celebrazione nella cattedrale di Montecarlo e, senza farne un problema, aveva deciso di rinunciare al pranzo finale così da rientrare per tempo per gli impegni del pomeriggio in diocesi. 

Com’è sempre stato nel suo stile: prima il servizio di prete e poi vescovo, l’incontro con le persone e un forte senso di comunità ben indicato nel suo motto vescovile «Vobiscum christianus». 

Ma chi lo conosce sa che monsignor De Kesel rappresenta esattamente l’idea di pastore che papa Francesco va cercando per cambiare la Chiesa. «Mi dicono che sono sulla stessa linea di Francesco e spero vivamente di esserlo per ogni verso» ha dichiarato al suo arrivo all’agenzie del Blegio raccontando altresì di aver incontrato il pontefice a Roma nel mese di giugno, ma di non aver avuto sentore della sua decisione di crearlo cardinale. 

Un pastore con l’odore delle pecore e con una storia singolarmente vicina a quella di Bergoglio. Nato a Gand nelle Fiandre orientali, (bilingue francese e fiammingo), è entrato in seminario a Lovanio al termine della scuola superiore, dove aveva militato tra le fila della JEC, la Jeunesse Etudiante Chrétienne. Una volta ordinato prete, ha insegnato religione per poi essere inviato a Roma dove ha ottenuto il dottorato in teologia dogmatica alla Gregoriana con una tesi sull’interpretazione del Gesù storico nella teologia di Rudolf Bultmann. 

Tornato in Belgio ha insegnato per 15 anni nel seminario di Gand – di cui era anche vicario episcopale, responsabile della formazione dei preti, dei diaconi e degli animatori pastorali laici – e contemporaneamente anche a Leuven (Lovanio). Nel 2002 il cardinal Danneels lo nomina suo vescovo ausiliare a Bruxelles ponendo fine alla tradizione, anche su richiesta dei Consigli presbiterali e pastorali, che voleva due ausiliari, uno per ogni gruppo linguistico. Inizia in quegli anni una forte collaborazione con Danneels, un pastore di grande apertura e dialogo. Nel 2010, con il successore Léonard, noto per le sue posizioni intransigenti, spesso in aperto conflitto con governo e società civile, diventa vescovo di Bruges fino alla nomina ad arcivescovo di Malines-Bruxelles (o Mechelen-Brussel). 

Un teologo-docente che ha sempre associato lo studio al servizio pastorale e che, da vescovo, ha mantenuto un’autentica passione per l’incontro con i giovani. E’ solito, tra l’altro, ricordare loro il periodo dei suoi studi a Lovanio – erano gli anni del ’68 – e il suo entusiasmo nel poter leggere finalmente i testi biblici nella sua lingua invitando alla lettura del Vangelo. 

Definisce la teologia «una scienza importante e interessante». I suoi teologi di riferimento sono De Lubac, Congar e Chenu, uomini delle «grandi aperture» che gli hanno fatto prender gusto alla disciplina e indirizzato al proseguimento degli studi a Roma. «Studiare teologia dal 1968 al 1974 era un sogno». 

«La secolarizzazione è una buona cosa – ha detto in un’intervista al settimanale cattolico lo scorso anno – il problema è la privatizzazione della religione, di qualunque religione. Non lo dico con un intento difensivo, anzi. Tuttavia sono contrario a quanti dicono che la fede è una questione privata. Se si esclude la religione dallo spazio pubblico, non solo il cristianesimo, ma anche l’islam e tutte le altre fedi, si crea un vuoto che verrà occupato da qualcos’altro. Lo Stato è neutro e la separazione Chiesa-Stato un’evidenza. Ma un cristiano si coinvolge nella società proprio a partire dalla sua fede». 

Il dramma degli attentati del 22 marzo l’hanno visto in prima fila nell’infondere speranza e spegnere ogni tentazione di vendetta implorando di «resistere al male e alla disperazione». «Dopo quello che è successo martedì scorso a Bruxelles e all’aeroporto di Zaventem, non possiamo celebrare la Pasqua come gli altri anni», ha detto all’omelia della Veglia pasquale nella Cattedrale di Sint-Rombouts a Mechelen. 

E, pur nella convulsione di quelle giornate, ancora una volta aveva fatto prevalere la volontà di dialogo organizzando una Veglia ecumenica in cattedrale all’insegna della preghiera attribuita a Francesco d’Assisi «Signore, fai di noi uno strumento della tua pace» invitando, insieme agli altri leader cristiani, «ogni uomo e donna di buona volontà» a raccogliersi in preghiera in memoria delle vittime e i loro familiari.  

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