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Colombia, il trionfo del “No” nel referendum per la pace è l’opportunità per unire il paese

Vatican Insider - pubblicato il 07/10/16

Nessun sondaggio rivelava che nel referendum riguardante il processo di pace con le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie) di domenica scorsa, 2 ottobre, avrebbe vinto il fronte del NO. Nonostante la differenza sia stata di 0,43% (60.116 voti), il grande vincitore è stato l’astensionismo, che ha superato la soglia del 60%. 

Dopo più di mezzo secolo di guerra, morte, sequestri, estorsioni, narcotraffico e desolazione, il popolo colombiano ha detto NO all’accordo di pace con le Farc, e l’unica certezza è un paese polarizzato e spaccato. 

Il presidente, Juan Manuel Santos, che in queste ore si è aggiudicato il Nobel per la pace per «il suo sforzo risoluto per mettere fine al conflitto durato 52 anni», si è giocato il proprio capitale politico e la sua popolarità in questo processo di negoziazione con la guerriglia più antica dell’America Latina. Dopo essere stato approvato e firmato, si è scommesso sulla legittimizzazione dell’accordo tramite l’approvazione popolare via referendum, ma qualcosa è andato storto, perché una realtà così desiderata come la pace non è stata sufficiente per far sì che i colombiani votassero per l’accordo nelle urne. 

Tuttavia, non è giusto ridurre l’esito della votazione del referendum alla formula: la Colombia non vuole la pace. Il paese è stanco di tre generazioni in guerra e questo ha fatto sì che ci sia stata una minoranza pronta a simpatizzare con le Farc, una forza che nei suoi primi anni aveva motivazioni ideologiche e politiche ma che poi si sarebbe trasformata in un gruppo terrorista. 

Con la votazione di domenica scorsa è apparso chiaro che le Farc si sono indebolite. Secondo una parte del Paese non era accettabile che dopo aver commesso centinaia di reati avessero, tra gli altri benefici, 10 seggi nel congresso, 31 stazioni di radio in FM e una rete televisiva. Ma, cosa sono delle emittenti di fronte a una vita vissuta in pace? Non è meglio presentare le proprie proposte con parole e argomenti piuttosto che con le pallottole? I fatti, però, sono inequivocabili. Nelle urne ha vinto il NO all’accordo con le Farc. 

E questa situazione ha anche portato qualcosa di inaspettato. Due giorni fa, dopo sei anni, nel palazzo presidenziale Juan Manuel Santos e il suo team si sono riuniti per parlare con l’ex-presidente e oggi senatore Álvaro Uribe (prima suo mentore politico e poi il suo principale oppositore). 

Nel frattempo, per le strade di Bogotà, migliaia di persone manifestavano a favore di un accordo immediato per arrivare alla pace. Ma quanti di questi manifestanti erano andati a votare? 

Nonostante l’astensionismo nelle elezioni colombiane sia sempre stato maggioranza, non si comprende perché in una situazione così di rilievo come la pace con le Farc il 60% degli elettori non si sia presentato alle urne, provocando una divisione ancora più netta nel Paese. E vero, è più semplice essere storico che non profeta, ma, quanti rompicapi si sarebbero evitati i colombiani se questa riunione tra i rappresentanti dei fronti opposti fosse avvenuta prima del referendum? 

La discordia tra Santos e Uribe ha numerosi antecedenti: soltanto pochi mesi dopo l’inizio del governo Santos, nel 2010, a scatenare l’ira di Álvaro Uribe Vélez furono diverse nomine di oppositori del governo precedente e la riunione con l’allora presidente del Venezuela, Hugo Chávez (RIP). Uribe, da quel momento, divenne il capo dell’opposizione. 

Neanche il più acuto degli osservatori politici avrebbe potuto prevedere questo scenario. Santos era stato ministro della Difesa e «punta di lancia» per dare fino ad allora i colpi più contundenti ai guerriglieri delle Farc, compreso il riscatto del «gioiello della corona», la colombiano-francese Ingrid Betancourt, ex candidata alle presidenziali. Molti dei voti che hanno portato Santos al Palazzo di Nariño arrivavano dai seguaci di Uribe, che – dal canto suo – si sarebbe aspettato una continuità politica in termini di pugno di ferro contro le Farc, invece delle negoziazioni. L’ex presidente Uribe si è sentito tradito. 

Quando Santos (agosto 2012) annunciò ai colombiani l’inizio dei negoziati con le Farc, arrivò la rottura definitiva con Uribe, il quale, dal senato, scatenò una campagna durissima per infangare il governo del suo ex ministro. Nonostante siano stati necessari 6 anni per vedere riuniti nuovamente Santos e Uribe nel tentativo di dialogare e cercare punti di accordo, c’è speranza in questo dialogo. Perché lungo questo travagliato conflitto (nel quale le Farc sono uno dei protagonisti) non c’è uno solo dei più di 47 milioni di colombiani che non sia stato colpito direttamente o indirettamente. 

È papa Francesco la chiave? Nonostante il Papa abbia detto la settimana scorsa (prima durante la riunione con i dirigenti ebraici a Roma e poi durante l’intervista sul volo di ritorno dall’Azerbaigian) che il suo viaggio in Colombia del 2017 dipendeva dall’approvazione del referendum e dalla blindatura del processo di pace, non bisogna scartare la possibilità di una sua visita che potrebbe rappresentare uno slancio definitivo per aiutare a trovare punti d’accordo nella Colombia divisa. Il Pontefice ha dimostrato con fatti concreti che per lui le porte non sono mai chiuse senza avere un duplicato.  

Sin dall’inizio del processo di pace, Francesco ha promosso la possibilità di trovare la pace in Colombia. Ricevendo il Presidente Santos presso la Santa Sede (giugno 2015), aveva confidato che era la persona per la quale pregava di più e il Pontefice aveva accettato l’invito invito dell’uomo politico ad aiutarlo a trovare la pace. Poi, tre mesi dopo, durante il viaggio a Cuba, Francesco aveva lanciato un messaggio molto chiaro dalla Piazza della Rivoluzione: «Non abbiamo il diritto di permetterci un altro fallimento in questo percorso di pace e riconciliazione». E successivamente, durante il suo viaggio in Armenia (giugno 2016), aveva anche ribadito il suo interesse perché i paesi cha avevano lavorato nei negoziati per la pace blindassero quest’accordo con lo scopo di non fare passi indietro verso uno stato di guerra. 

La visita di Papa Francesco in Colombia rappresenterebbe un grande slancio nella ricostruzione dell’unità nazionale, poiché la sua presenza porterebbe speranza e pace, così come ha fatto in altre zone di conflitto, nelle quali è stato molto efficace nel costruire ponti invitando a lavorare nei punti d’accordo e non sulle differenze. In questo momento, le Farc e il governo di Santos hanno già accettato di percorrere le strade della pace, ma le differenze politiche e ideologiche hanno spaccato la Colombia in tre: quelli che hanno votato SÌ, quelli che hanno votato NO e la grande maggioranza degli INDIFFERENTI, che hanno preferito ignorare l’appuntamento con la democrazia. 

Secondo il Presidente della Conferenza Episcopale colombiana, l’arcivescovo Augusto Castro Quiroga, la visita di Papa Francesco è ancora in piedi, poiché il Pontefice verrebbe come pastore e non c’è alcun motivo politico che potrebbe condizionare la sua presenza in Colombia. 

E sì, la riunione tra il Presidente Santos e il settore dell’opposizione guidato da Uribe è un messaggio concreto: il paese sta cercando di lavorare unito per la pace. Sarebbe ora di ricordare le dichiarazioni che Papa Francesco ha concesso alla W Radio durante il suo viaggio in Polonia: «Per andare avanti, qualsiasi paese deve avere tre punti di riferimento: memoria della storia ricevuta, coraggio per affrontare il presente, speranza nel futuro». 

Durante questi tre anni, il suo Pontificato è stato basato sulla misericordia, e uno delle sue componenti più importanti è stata la riconciliazione. Quella riconciliazione non si riferisce ai conflitti tra governi e gruppi armati, ma alla base della società, che sono la famiglia e i rapporti personali; da questi piccoli nuclei si deve partire per costruire delle fondamenta solide per arrivare , finalmente, a una pace solida, duratura e blindata in Colombia. 

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