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Spiritualità

Sei sicuro di pregare correttamente?

Maksym Poriechkin/Shutterstock

padre Robert McTeigue, SJ - pubblicato il 06/10/16

Si può pregare come orfani, dipendenti o – se sappiamo cosa stiamo facendo – eredi

Siamo sicuri che stiamo pregando nel modo corretto? Io no.

Consideriamo la questione del pregare correttamente guardando prima come si prega in modo sbagliato. Preghiamo male quando lo facciamo come dipendenti o come orfani.

Come “dipendenti”, adottiamo nei confronti della preghiera l’atteggiamento che potremmo adottare nei confronti di un lavoro che non vogliamo – non ci deve piacere, dobbiamo solo svolgerlo. È “solo” un lavoro. La vita “vera” è quella fuori dal lavoro. Sul lavoro arriviamo, agiamo e sopportiamo, sapendo che non importa a nessuno se il lavoro ci piace o meno, basta che lo facciamo. Nel corso del tempo, un lavoro simile ci succhia la vita, e allora ci gettiamo su altre cose per stordirci e non sentire il dolore provocato dal dover trascorrere tanto tempo svolgendo un lavoro che non ci entusiasma.

Come influisce sulla preghiera un atteggiamento simile? Non amiamo trascorrere del tempo in preghiera, ma ci viene detto che se non lo facciamo siamo nei guai. Messe noiose in chiese brutte e tetre con musica di cattivo gusto e brutte omelie? Non importa – vacci o brucerai all’inferno. Recitare lunghe liste di preghiere che non hanno senso anche se non sono in latino? Non importa – Dio ci guarda e non ama essere deluso. Dio vede tutto – alla fine ci sarà una verifica, e allora è meglio farlo!

Il pericolo insito nel pregare in questo modo è quello di diventare come il figlio maggiore della parabola del figliol prodigo (Luca 15, 11-32). Possiamo diventare risentiti, persone che non fanno altro che “tenere il punteggio”. Dio vuole sicuramente di meglio per noi!


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E pregare come un “orfano”? Gli orfani vivono nella paura perché non hanno niente e nessuno. Ci preoccupiamo, viviamo in un mondo che troviamo indifferente o pericoloso. La crudeltà del mondo ci fa credere di essere orfani, ma vivere e pregare come un orfano è respingere la rivelazione di Gesù del nostro Padre celeste.

Possiamo vedere il dono di Dio respinto quando un bambino viene abortito; potremmo perfino iniziare a immaginare come il dono di Dio venga rifiutato quando un bambino voluto da Dio diventa vittima della contraccezione. Abbiamo l’immaginazione morale, l’umiltà e il coraggio di tollerare la crudeltà barbarica inflitta al cuore di Dio quando noi che abbiamo i doni della vita e della grazia falliamo nel ricevere e ricambiare l’offerta divina del suo amore più intimo?

Quando gli amici mi dicono che aspettano un bambino, dico che un dono prezioso che possono fare al proprio figlio è dirgli, con le parole e con i fatti, “Sei degno del mio tempo”. Quanto è più vero quando parliamo del nostro rapporto con Dio! Sì, penso al poco tempo e al poco cuore che offriamo a Dio nella preghiera, ma non solo a questo – penso anche a quanto poco tempo e cuore offriamo a Dio momento dopo momento, respiro dopo respiro, nessuno dei quali meritiamo o possiamo guadagnarci, mentre affrontiamo la nostra giornata impegnata, facendo quelle che riteniamo cose importanti e urgenti, senza neanche rivolgere un pensiero alla presenza di Dio.

Dio aleggia continuamente su di noi, ansioso di offrirci tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno, ansioso di offrirci il dono del suo essere, e noi lo notiamo appena – se e quando lo facciamo -, trascinandoci nella nostra giornata come orfani, come agnostici pratici se non atei pratici, come se non ci fosse alcuna Provvidenza paterna per noi. Forse pensiamo che l’offerta di Dio nei nostri confronti sia troppo bella per essere vera; forse pensiamo di non meritarla e quindi non la cerchiamo; forse siamo determinati a salvarci. Non lo so. Ciascuno deve scoprirlo da sé. Ma so, perché Gesù lo ha detto, che anela ad abbracciarci, e il nostro disprezzo nei suoi confronti lo addolora.


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Non siamo orfani! Quando viviamo come se lo fossimo disonoriamo il nostro Padre celeste. Neghiamo la nostra adozione vivendo come se non ci fosse nessuno che ci ama o ci protegge. Una persona che confida nell’amore di suo padre non esita mai a chiedere ciò di cui ha bisogno; un erede fiducioso è felice di avere un’altra opportunità per ricevere l’amore di suo padre. Gesù ce lo ha insegnato, ha vissuto tutta la vita in questo modo, e noi dobbiamo fare lo stesso.

La maturità spirituale è alimentata soprattutto dalla preghiera. L’opera di Dio è renderci eredi di un regno eterno. Se preghiamo come eredi, possiamo affrontare le prove di questa vita, sapendo che Cristo ci offre la sua vittoria e che nessuna persona o nessun potere di questo mondo può privarci dell’eredità che ha conquistato per noi. Come eredi, possiamo felicemente offrire a Dio l’adorazione che gli è dovuta, perché Egli ne è degno e noi Gli siamo grati.


Padre Robert McTeigue, S.J., è membro della provincia del Maryland della Compagnia di Gesù. Docente di Filosofia e Teologia, ha insegnato nell’America Settentrionale e Centrale, in Europa e in Asia, ed è noto per le sue lezioni di Retorica ed Etica Medica. Ha una lunga esperienza di direzione spirituale, ministero di ritiri e formazione religiosa, e attualmente è impegnato nel ministero pastorale nelle parrocchie.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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