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Una storia “terribile e magnifica” di bulimia

Flickr.com/ Creative Commons/ ·S

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 05/10/16

UN DIARIO…«PERCHÉ VADA PERSO IL MENO POSSIBILE DELLA VITA»

Wendy è viva ma in coma, i medici non sanno se si risveglierà e neppure in quali condizioni. Alessandro decide di scriverle, di tenere un diario dove annotare tutto per quando riaprirà gli occhi e comincerà a lottare contro la grande nemica: la bulimia. Perché lui ci crede, nonostante lo sconforto e il dolore, crede che Wendy possa farcela e che tutto questo dolore abbia un senso. Per questo scrive, per lei e anche per se stesso:

«Mi sono ritrovato a scrivere di nuovo queste pagine per te, un impulso automatico. Dico a me stesso che sono per te, per quando ti risveglierai, per quando ricomincerai a capire. Una specie di diario perché vada perso il meno possibile della vita, uno stimolo per la tua volontà di guarire e vincere sulla malattia. Forse invece scrivo per me, per esteriorizzare, per razionalizzare, per vanità. Forse si scrive sempre per tutte queste ragioni».

«LA MALATTIA VI FA BUGIARDE»

Sono giorni di ansia, paura e angoscia. La famiglia di Wendy, con cui ha sempre avuto difficoltà di relazione, è riunita intorno a lei in attesa di buone notizie. Alessandro guarda il corpo fragile della donna che ama, sembra una foglia secca o una farfalla leggera, è ricoverata in terapia intensiva ed è molto grave. I medici informano che l’attacco cardiaco è stato causato da ipopotassiemia e che Wendy pesa poco più di 40 kg non 50 come aveva detto al suo ragazzo… «La malattia vi fa bugiarde, spudoratamente ipocrite».

«SERVIRÀ, TUTTO QUESTO, SERVIRÀ»

Alessandro nei giorni successivi al malore di Wendy ricomincia a pregare, prende in mano la Bibbia dopo moltissimi anni. Anche la famiglia di Wendy sembra ritrovare improvvisamente un po’ della serenità che è sempre mancata, qualcosa di speciale è già accaduto:

«È già successo qualcosa, tuo padre e tua zia si sono riavvicinati, tua sorella in lacrime che ha intravisto la parte finale della malattia, quella che si nasconde a se stessi, che non capiterà, che è sempre lontana ed estranea. Servirà, tutto questo, servirà. Anzi, serve già. Non sei una persona che ha terminato di dare qualcosa al mondo. Vivi ancora e il sentimento che ti circonda dimostra questo altro. Lo dicevano: se Dio non c’è, l’ospedale deve far nascere Dio».

Quando Wendy si risveglia dal coma sta bene, nessuna funzione è compromessa, con i giorni riacquista le forze. La gioia è immensa seppure la malattia si riaffaccia prepotentemente, con i soliti meccanismi distruttivi. La pazienza di Alessandro pare vacillare, ma le resta accanto, la segue in bagno, controlla i suoi comportamenti, non la molla, continua ad amarla.

Come scrive nel libro la giornalista Chiara Andreola che ha sofferto a lungo di anoressia, la storia raccontata da Alessandro Mazzochel è…

«Un racconto che non offre “risposte” a chi si sta prendendo cura di qualcuno che soffre, o a chi nella sofferenza è accudito da altri – magari con relativi sensi di colpa, nella convinzione di essere un peso: ma semplicemente una testimonianza dei piccoli, grandi miracoli che questa perseveranza può fare. Per riscoprire che quel tempo, quello smarrimento e quella solitudine donati non sono stati fatica sprecata, ma hanno dato vita a qualcosa di molto più grande».

Continua la giornalista:

«(…)nello scrivere queste righe, non posso che incontrarmi e scontrarmi con quella che è stata la mia esperienza con l’anoressia. Dal nascondere la malattia, all’essere presa per mano dal fidanzato prima e marito poi, alla voglia di “far sapere”, fino al finale con la comparsata in tv – ebbene sì, anche quella –, tutto mi ha fatto ripercorrere quei passi, pur nelle differenze tra la mia storia e quella di Wendy».

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alimentazionebulimiacomafedemalattiarecensioni di libri
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