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Ipnosi e autoipnosi: sono rischiose o portano realmente benefici?

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 05/10/16

La Chiesa l'ha sostenuta con Papa Pio XII. In realtà è un modo per dialogare con l'inconscio…e superare ansia e depressione

L’ipnosi e la autoipnosi sono pratiche avallate dalla Chiesa? In cosa consistono e sopratutto possono portare dei benefici? O avere anche delle conseguenze infelici?

Pio XII (Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, 1876-1958), che è stato Papa per un ventennio assai complesso (dal 1939 al 1958) aveva le idee molto chiare sulla materia. Tale scelta è riportata anche nei documenti custoditi in Vaticano e in alcune dichiarazioni ufficiali (ex cathedra) del 1957 e del 1958 (blog.ipnotecnica.it).

Il Pontefice parte dal problema della “Liceità della soppressione e della diminuzione della coscienza“. La domanda che si pone è: “La privazione della coscienza e dell’uso delle facoltà superiori, provocata dai narcotici, è compatibile con lo spirito del Vangelo?”.

LA POSIZIONE DEL PAPA

La questione riguarda in primo luogo il ruolo, che alcuni avevano ritenuto problematico, dell’analgesia e dell’anestesia chimica realizzate in particolare nell’ambito del parto e della chirurgia terapeutica; alle quali Pio XII decide ufficialmente (e di propria totale iniziativa) di accomunare la suggestione ipnotica, da lui definita letteralmente così: «L’ipnosi, che si può chiamare un analgesico psichico».

Il Papa dichiara di approvare e di sostenere che la trance è un tema scientifico di studio e uno strumento utile per ottenere la riduzione del dolore, purché ovviamente questa psicotecnica venga utilizzata in modo corretto e coscienzioso.

Una preoccupazione di Pio XII sembra riguardare appunto il fatto che l’ipnosi, così come l’analgesia in generale: «In quanto oggetto di ricerca scientifica, non può essere studiata da uno qualsiasi, ma soltanto da uno studioso serio, nei limiti morali validi per ogni attività scientifica».

Il Papa propone dunque che l’analgesia o la narcosi, siano esse ottenute chimicamente o con l’ipnotecnica suggestiva, non vengano attuate da persone «che se ne occupassero come di un argomento interessante, a titolo di pura esperienza, o anzi per semplice passatempo» (blog.ipnotecnica.it).

QUATTRO TECNICHE

Lo psicologo e psicoterapeuta Luciano Masi, tra i maggiori esperti italiani di queste tecniche, spiega ad Aleteia che l’ipnosi è una condizione psichica indotta da un operatore esterno e caratterizzata da uno stato psichico denominato trance, in cui è possibile sia influire sulla condizione psicofisica della persona, sia sulle sue condizioni di comportamento.

Ci sono quattro tecniche, ci spiega Masi, attraverso le quali svilupparla.


La tecnica fascinatoria: si guarda il soggetto alla radice del naso e questo inevitabilmente porta alla convergenza dei globi oculari del soggetto. I muscoli che comandano la convergenza dei globi oculari entrano in opposizione con i muscoli elevatori delle palpebre.

Ad un certo punto il soggetto sente pesantezza alle palpebre. Se l’operatore parla con voce bassa e con onde sonore lunghe le palpebre si chiudono per pochi secondi. Al risveglio non si avrà coscienza di essere stato in trance. E’ questo un tempo usato nelle forme spettacolari dell’ipnosi come accade o è accaduto in trasmissioni televisive.

La tecnica autoritaria: fondamentale è il carisma dell’operatore. Il soggetto entra in uno stato di soggezione rispetto a chi ha di fronte e allenta tutte le sue difese. Dopo di che la procedura è sempre la stessa. La trance può iniziare solo se le palpebre si chiudono. Per fare questo, l’operatore può servirsi di un dito, di una lampadina, di una matita che avvicina sempre lentamente alla radice del naso, obbligando i globi oculari alla convergenza. A quel punto si avverte la sensazione di pesantezza alle palpebre.L’ipnologo dà suggestione di incollamento delle palpebre e il soggetto ha l’impressione di non poterle più sollevare.

La tecnica ericksoniana: si mette in confusione il soggetto con la tecnica del doppio legame. Qualsiasi cosa faccia l’operatore, il soggetto che ha di fronte non potrà resistere alla chiusura delle palpebre. La tecnica è molto buona ma non adatta alla psicoterapia. L’inconscio, osserva Masi, è come se si rendesse conto di essere stato “preso in giro” e “si vendicherà” non guarendo.

Le tecniche di rilassamento profondo (o di induzione psicosomatica): il soggetto scivola lentamente nella trance, senza essere spinto con forza. Si fa dando delle induzioni di pesantezza agli arti e successivamente di pesantezza alle palpebre. Il soggetto ha l’impressione di essere protagonista, e non percepisce che sia invece protagonista su di lui l’operatore. Questa percezione fa si che si abbandoni più tranquillamente.

A questa prima fase, ne segue una seconda attraverso le tecniche di approfondimento, cioè la trance deve diventare profonda. Quando si manifesta l’incollamento delle palpebre siamo in presenza di una trance leggera. La trance media si realizza quando il soggetto realizza delle trasformazioni corporee: come la levitazione del braccio, la catalessi del braccio, che diventa una sbarra di ferro, o il movimento rotatorio degli arti che non si fermano mai.

TRANCE PROFONDO

La trance profonda avviene quando il soggetto ha amnesie al risveglio, almeno parziali, e durante essa si possono dare dei comandi post ipnotici: ad esempio “tra mezz’ora aprirai l’ombrello in mezzo alla sala e così accadrà”. Più il livello è profondo, più le suggestioni terapeutiche hanno la possibilità di funzionare.

“REGOLE” PER L’AUTOIPNOSI

Detto ciò, l’autoipnosi può essere indotta dando un segnale di condizionamento in due modi:

1) si mette il soggetto in uno stato di trance e grande benessere, l’equilibrio neurovegetativo è perfetto, il cuore batte regolare, la respirazione è profonda. In quel momento si dà al soggetto il comando di stringere il pollice e l’indice più volte: “ogni volta che ti metterai in uno stato di rilassamento e farai questo gesto, sentirai lo stesso stato di benessere e tranquillità che hai in questo momento”.

2) autonomamente si può autorizzare a farla solo a persone con un certo grado di attitudini mentali. Dopo aver svolto un percorso con il terapeuta, possono indurre su se stesse lo stato di autoipnosi. Si tratta di persone che offrono garanzie sotto il profilo dell’equilibrio psicofisico e una preparazione mentale almeno sufficiente per comprendere la portata delle operazioni che stanno compiendo. Deve essere sempre il terapeuta, dunque, ad autorizzarle alla pratica.

Il “fai da te” è da sconsigliare perché l’autoipnosi, se non sussistono le condizioni giuste, può creare alla persona uno stato di squilibrio della personalità. Se un soggetto ha tendenze psicotiche latenti (potenziali, di cui il soggetto non si rende conto e che si possono accertare con un test psicodiagnostico) può andare in psicosi, ovvero paranoia o schizofrenia. Se il soggetto ha una depressione maggiore può sviluppare idee suicidarie, perché in stato di trance può trovare la massima forma di delirio. Se il soggetto ha tendenze ossessive può’ includere l’autoipnosi tra i suoi rituali compulsivi.

CALO DEL CORTISOLO

I benefici di una corretta pratica ipnotica e autoipnotica, ci spiega Masi, sono molteplici: l’equilibrio neurovegetativo e neuroendocrino, una condizione del cervello oppositiva allo stress, di rilassamento. Si è inoltre più resistenti agli agenti infettivi che ci circondano. I livelli di cortisolo si abbassano rapidamente. Ci sono diversi studi che lo attestano in testi di Schultz-LutheSei volumi Autogenic Therapy“; “Trattato di ipnosi” di Franco Granone; “Ipnositerapia” di Luigi Perisson. Anche lo stesso Masi se ne è occupato in “Manuale di tecnica di ipnositerapia psicosomatica“.

I TEST

Durante l’ipnosi è possibile effettuare due esami: il test HRV misura l’equilibrio neurovegetativo, ovvero l’equilibrio tra gli stati di eccitazione e consumo di energie e gli stati di recupero delle energie stesse; il test elettroencefalogramma, che non si usa per scoprire malattie ma i ritmi bioelettrici del cervello in stato di trance.

L’ipnosi è dunque un metodo terapeutico riconosciuto e verificato sperimentalmente da oltre un secolo. Ma affonda le radici addirittura nella storia dell’uomo.

ORIGINI NEL NEOLITICO

Il dottore Pasquale Ionata, decano della psicoterapia (nel suo pedigree sette pubblicazioni sullo studio della mente umana), tra i maggiori esperti di pratiche ipnotiche e autoipnotiche, premette: «L’ipnosi ha una storia controversa. Dall’osservazione del fenomeno ipnotico sono nate teorie su di essa. La genesi? Nasce con l’uomo, come pratica magica, tant’è che è già presente nello Sciamanesimo del Neolitico. Si può dire infatti che l’uomo delle caverne è stato il primo grande ipnotista perché cercava il contatto con il “mondo degli spiriti”, effettuando rituali (appunto ipnotici) anche collettivi che generavano veri e propri stati di trance con scopi propiziatori specie per la caccia».

L’EVOLUZIONE

L’ipnosi, come esperienza piena di mistero se non di magia, accompagna l’uomo nei secoli, presente già nei sacerdoti astronomi della Sumeria e Babilonia che scrutavano gli astri per venire in soccorso alle necessità del popolo oltre che dei regnanti, nell’antico Egitto con i sacerdoti-maghi che curavano scacciando malocchi e fatture con gli incantesimi e i sortilegi, passando per i riti misterici di Eleusi a Delfi in Grecia, per gli altrettanti riti misterici di Mitra nella Roma imperiale, e poi giù giùfino al secolo XVII, ma sempre sganciata da una visione medica.

IL FLUIDO DI MESMER

Infatti, dobbiamo attendere il secolo dei Lumi ovvero il 1700 per avere un punto di riferimento nel dibattito sulla medicina, quando appunto Franz Anton Mesmer, medico tedesco, diffuse la teoria del “magnetismo”, cioè sosteneva che il corretto funzionamento dell’organismo umano è garantito da un flusso armonioso di un fluido fisico che lo attraversava e che tale fluido si identificava con la forza magnetica. Utilizzava inconsapevolmente la suggestione per esaltare tale forza che lui erroneamente considerava un fluido magnetico.

ANESTESIE IN IPNOSI

Idee discutibili che caddero in disuso sopratutto nella Francia post-rivoluzionaria a parte qualche sporadico mesmerista che continuava in solitudine ad esercitare.

E tra questi, nei primi decenni dell’800 in Inghilterra c’era un medico di nome James Braid che lavorava con l’ipnosiin maniera seria e professionale tant’è che è passato alla storia come colui che ha introdotto in medicina il termine di “ipnotismo” al posto dell’ormai obsoleto “mesmerismo”.

Non a caso, intorno alla metà dell’800, dall’altra parte del mondo, il dottore James Esdaile, anch’egli medico inglese a Calcutta effettuò centinaia di operazioni chirurgiche in anestesia ipnotica. In contemporanea vennero scoperti gas analgesici come il cloroformio, e da quel momento l’ipnosi cadde di nuovo in disuso nella medicina.

GLI ESPERIMENTI SUGLI ISTERICI

Un primo risveglio di interesse all’ipnosi arrivo’ alla fine dell’800in Francia con il medico-neurologo Hippolyte Bernheim e la sua scuola di Nancy ma soprattutto con il medico-neurologo Jean-Martin Charcot, che studiavano l’ipnosi riprendendo gli insegnamenti di Mesmer, ma in chiave più scientifica. In particolare Charcot faceva esperimenti ipnotici alla clinica Salpêtrière di Parigi, soprattutto sulle pazienti isteriche e considerava il loro stato ipnotico avanzato come una vera e propria isteria.

I LIMITI SECONDO FREUD

Tra i suoi allievi anche Sigmund Freud, che presto ne divenne il prediletto. Freud era anch’egli un medico-neurologo e all’inizio della sua carriera praticava l’ipnosi ma poi l’abbandona ben presto sostenendo essenzialmente che i suoi effetti terapeutici non erano duraturi e che era difficoltoso produrre la trance ipnotica invariabilmente ai suoi paziente. Si tenga presente che la pratica ipnotica dell’epoca era molto “direttiva” e carica di “suggestioni dirette” che non sempre arrivavano a buon fine.

Ecco perché Freud creò la psicoanalisi attraverso la scoperta del metodo delle associazioni libere.

L’INCONSCIO DIVENTA POSITIVO

E da quel momento l’ipnosi perde quota nei primi anni del ‘900, quando appunto si impone la psicanalisi nel campo della psicoterapia. In quel periodo nascono molte altre scuole di psicoterapia.Anche per carenza tecnologica il cervello è ancora poco studiato.

L’ipnosi per tutta la prima metà del ‘900 era di nuovo sempre più trascurata dalla medicina e ristretta al suo aspetto più spettacolare, da teatro, e solo con il medico-psichiatra statunitense Milton Erickson, intorno alla metà del XX secolo, prende forma finalmente l’idea dell’ inconscio come risorsa, come parte sana di ogni persona, dunque positiva, creativa, felice, saggia, sana. Sino ad arrivare ai nostri giorni in cui gli studi su questa materia sono avanzati e la frontiera è cercare di dimostrare come guarisce scientificamente la persona che si sottopone ad ipnosi.

UN ESPERIMENTO PRATICO DI IPNOSI

Il dottore Ionata ci descrive praticamente come si comporta usualmente con un paziente a cui pratica l’ipnosi: «Il mio modo di interagire è quello di un rapporto diretto con l’inconscio del paziente attraverso l’uso di un linguaggio immaginifico fatto soprattutto di metafore,e questo perchéla metafora agevola il contatto con l’inconscio stesso. Nello specifico il linguaggio immaginifico è costituito da analogie e similitudini a cui l’inconscio può con facilità associare e comprendere aggirando così a eventuali resistenze dalla parte logico-critica del paziente.


D’altro canto ricordo, che era il mezzo di comunicazione più utilizzato da tutti i più grandi comunicatori della storiafra cuiGesu’ stesso, il quale durante le sue predicazioni si rifaceva continuamente alle parabole per poter essere inteso più facilmente da tutti».

IL RILASSAMENTO

L’inconscio, dal canto suo, parla attraverso il sintomo fisico o un disagio psichico. «Il primissimo step dell’ipnosi si chiama induzione e quasi sempre è uno step di rilassamento, che tocca varie zone del corpo. Al paziente questo rilassamento si procura attraverso l’idea della pesantezza prima e del calore poi nel corpo, insomma si sollecitano esercizi di focalizzazione come appunto il concentrarsi su qualcosa che sta sperimentando a livello fisico. Comunque a grandi linee l’ipnosi si snoda attraverso i seguenti steps: induzione, fissazione dell’attenzione, ricerca inconscia, processo inconscio, la de-ipnotizzazione e il risveglio. Ma non c’è uno standard valido per tutti e con tutti i pazienti, spesso utilizzo solo due o al massimo tre steps, e basta».

LA TRANCE E’ DAPPERTUTTO!

Comunque la seguente espressione: “Ciò su cui concentriamo l’attenzione, lo amplifichiamo”,è la migliore definizione di cosa sia e faccia l’ipnosi, sostiene lo psicoterapeuta. «La trance non è un’esperienza strana, ma è dappertutto. Ripeteva Erickson: è un’esperienza quotidiana. Pensate alla mamma che addormenta il bambino con la ninna nanna: anche quella è un’esperienza di trance. Oppure assistere ad un concerto musicale e non accorgersi che sono passate due ore, rapiti ad ascoltare attentamente note e melodie. Certo, esistono dei livelli di profondità della trance, tant’è che esistono scale di suggestionabilità che li studiano scientificamente, e sebbene queste scale hanno un valore statistico non sono decisive però a livello clinico, nel senso che si può fare ipnositerapia anche con poca suggestionalità».

IL CONTATTO CON L’INCONSCIO

Cio’ che è fondamentale è il contatto con l’inconscio. «Allora dopo il primo step di rilassamento, proseguo con le induzioni mirate all’obiettivo terapeutico. La persona abbandona man mano le proprie difese. L’ipnosi – sottolinea Ionata – parla con la parte limbico-emotiva e non corticale-razionale del cervello. Però non in senso conflittuale. E’ come mettere un seme e attendere una pianta che fuoriesca, per utilizzare un’altra metafora cara a Gesù».

ABBANDONARE LE PROPRIE DIFESE

Ionata chiarisce due punti: abbandonare le proprie difese non significa che se quella persona è portatrice di determinati valori,l’ipnosi può farglieli dimenticare e condizionarla a eseguire comportamenti contro i propri valori, niente di più falso. L’ipnosi non potrà mai penetrare il nucleo più intimo della mente di una persona dove albergano i suoi valori più profondi. Per cui ad esempio: se abbiamo il valore dell’onestà e non abbiamo mai commesso furti, non diventiamo certo ladri con l’ipnosi.

UNO STRUMENTO PER CURARE

Altro punto cardine: l’ipnosi è uno strumento, la guarigione la fa il paziente. Non c’è un tempo preciso, un protocollo da seguire, dipende dal rapporto che si stabilisce con il paziente stesso. L’ipnosi non è la panacea di tutti i mali. Non funziona nessuna psicoterapia se non si crea un rapporto vero con la persona che si ha di fronte. E non è l’unica freccia nelle mani di un bravo terapeuta, nel senso che non va assolutizzata! Io personalmente non la uso con tutti i pazienti, distinguo sempre caso per caso.

TERAPIA DEL DOLORE

L’utilità di questo “strumento” non riguarda solo il campo della psicoterapia. Si utilizza con successo per migliorare le performance sportive,c’è un utilizzo anche nella terapia del dolore fisico sia in campo odontoiatrico che in campo oncologico come dimostrano gli studi di Carl Simonton in “Tecniche di visualizzazione per guarire” e “L’ avventura della guarigione“.

In sostanza attraverso l’ipnosi si interpella il sistema immunitario, il nostro guaritore interiore, col miglioramento dei sintomi. Un organismo meno stressato è più forte e resistente.

EFFICACIA CLINICA

Le tecniche di Neurofeedback (che derivano dal Biofeedback) rappresentano l’ ultima conferma in campo scientifico che attesta l’efficacia dell’ipnosi; si tratta della tecnologia più avanzata che utilizza la trance autoipnotica e ne dimostra l’esistenza, evidenziando il rilassamento cerebrale attraverso la visualizzazione in monitor delle “onde alfa” che sono le onde del cervello più armoniose.

L’IPNOTISTA

Rischi? «L’ipnosi in sé come tecnica – ragiona Ionata – non è un problema semmai chi la pratica cioè l’ipnotista. E qui dipende dalla professionalità, dalla serietà, dalla competenza, dal grado di fiducia che suscita il professionista. E’ sempre la bontà del rapporto terapeutico che offre una condizione di tranquillità. Io personalmente sono contrario ad un’ipnosi “selvaggia”».

PERCHE’ LA CHIESA NON DEVE TEMERLA

Nella Chiesa Pio XII nel lontano 1949 ne aveva compresa la bontà. «Spesso si assiste ad una competizione tra la psicologia e la religione, ma ciò accade solo e soltanto per una ignoranza reciproca. Lo sottolineo fortemente la psicologia non è in competizione con la religione, anzi semmai dovrebbe esserne al suo servizio come una “ancella”. Il terapeuta, dovrebbe essere visto come Giovanni Battista nei confronti di Gesù che gli preparava la strada, colmando fossi e appianando colline, nel senso che anche un bravo terapeuta colma con la psicoterapia le mancanze e appiana le storture che un paziente si porta dentro la sua mente. Lo ripeto un bravo terapeuta rispetta e lascia vivere al paziente i suoi valori, puntando soprattutto a liberare nella persona la sua parte creativa, sana e saggia».

IL “FAI DA TE”

L’ipnosi, conclude il terapista, «è sempre autoipnosi perché il terapeuta con l’ipnosi fornisce una cura ma la guarigione la fa il paziente inconsapevolmente con l’autoipnosi, nel senso che è il paziente stesso che si autoipnotizza. Questa verità la riscontriamo facilmente in medicina dove il medico con una operazione chirurgica o con un farmaco fornisce una cura ma la guarigione vera e propria la fa il paziente ed una prova di ciò è la risposta alla seguente domanda: “Tra il medico e il paziente chi crea la cicatrice?”».

Comunque è sempre consigliabile attuare l’autoipnosi «dopo un percorso con il terapeuta, mai avventurarsi in pratiche ipnotiche in maniera autonoma, perché non è un giochino! A questo proposito possiamo dire che esistono tecniche di autoipnosi molto collaudate tipo il Training Autogeno, il Rilassamento di Jacobson, le Tecniche di Visualizzazione, ecc., ma è sempre meglio apprenderle da un professionista serio».

Alternative allo psicoterapeuta? «Certamente – chiosa – esistono figure come: consulenti, mediatori familiari, life couch, ecc., tutte figure rispettabili che però non sostituiscono la psicoterapia».

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