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Così Papa Francesco accoglie persone omosessuali e trans

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 03/10/16

Il vescovo Lebrun ha detto che lei ha autorizzato a derogare l’attesa di cinque anni per procedere con il processo di beatificazione del padre Jacques Hamel, il sacerdote della diocesi di Rouen ucciso in chiesa dai fondamentalisti…

«Ho parlato col cardinale Amato (Prefetto della Congregazione per le cause dei santi, ndr), faremo degli studi. L’intenzione è fare le ricerche necessarie per vedere se ci sono le ragioni per farlo beato. Si devono cercare testimonianze, non perdere le testimonianze fresche, quello che ha visto la gente».

Quella tra Armenia e Azerbaigian è una brutta storia: che cosa deve accadere per arrivare a una pace permanente che tuteli i diritti umani?

«L’unico cammino è il dialogo sincero, faccia a faccia, senza accordi sottobanco. Un negoziato sincero. E se non si può arrivare a questo, bisogna avere il coraggio di andare a un Tribunale internazionale, all’Aia per esempio, e sottomettersi al giudizio internazionale. L’altra via è la guerra. Ma con la guerra si perde tutto! I cristiani devono pregare, perché i cuori prendano il cammino di dialogo, del negoziato o andare a un tribunale internazionale. Ma non si possono avere problemi così: la Georgia con la Russia ha un problema, l’Armenia è un paese senza frontiere aperte, ha problemi con l’Azerbaigian. Si deve andare al tribunale internazionale se non c’è altra via».

Per il prossimo premio Nobel per la pace ci sono vari candidati, 300 nomination. Il popolo dell’isola di Lesbo. O i caschi bianchi della Siria, i volontari che tirano fuori la gente dalle macerie a prezzo della vita. O ancora il presidente della Colombia e il comandante delle Farc. Lei chi spera che vinca?

«C’è tanta gente che vive per fare la guerra, per la vendita delle armi, per uccidere. Ma anche c’è tanta gente, tanta, tanta che lavora per la pace. Non saprei dire quale persona scegliere fra tanta gente, è difficile. Lei ne ha menzionati alcuni, ce ne sono ancora di più. Mi auguro anche che a livello internazionale ci sia un ricordo, una riconoscenza, una dichiarazione sui bambini, sugli invalidi, sui minorenni, sui civili morti sotto le bombe delle guerre. Credo che quello sia un peccato! Un peccato contro Gesù Cristo, perché la carne di quei bambini, di quella gente ammalata, di quegli anziani indifesi, è quella di Gesù Cristo. Bisognerebbe che l’umanità dicesse qualcosa sulle vittime delle guerre. Gesù ha detto, su coloro che fanno la pace, che sono beati. Ma dobbiamo dire qualcosa sulle vittime delle guerre: buttano una bomba su un ospedale e su una scuola e fanno tante vittime!».

La campagna presidenziale negli Stati Uniti. Un cattolico chi dovrebbe scegliere fra due candidati: uno è lontano su molti punti dall’insegnamento della Chiesa, e un altro ha fatto certe dichiarazioni sugli immigrati e sulle minoranze…

«Lei mi fa una domanda descrivendo una scelta difficoltosa. Perché secondo lei ci sono difficoltà in uno e nell’altro. In campagna elettorale io mai dico una parola. Il popolo è sovrano e soltanto dirò: studia bene le proposte, prega e scegli in coscienza!. Poi esco dal caso specifico e faccio un’ipotesi di scuola, perché non voglio parlare del problema concreto: quando succede che in un Paese qualsiasi ci sono due, tre quattro candidati che non danno soddisfazione a tutti, significa che la vita politica di quel paese forse è troppo politicizzata ma non ha tanta cultura politica. Uno dei compiti della Chiesa e dell’insegnamento nelle facoltà è di insegnare ad avere cultura politica. Ci sono paesi – penso all’America latina – che sono troppo politicizzati ma non hanno cultura politica, senza un pensiero chiaro sulle basi, sulle proposte».

La testimonianza per la storia è più importante del testamento di un Papa? Glielo chiedo perché Giovanni Paolo II aveva lasciato detto che bruciassero le sue lettere e invece sono finite su un libro.

«Lei dice di un Papa che indica di bruciare le sue carte, le sue lettere. Ma questo è il diritto di ogni uomo e ogni donna. Ha il diritto di farlo prima di morire. Chi non ha rispettato quella volontà sarà colpevole, non lo so, non conosco bene il caso. Di tanta gente non è stato rispettato il testamento».

Dopo l’incontro con il patriarca, lei ha visto la possibilità di una futura cooperazione e dialogo tra le Chiese ortodossa e cattolica?

«Io ho avuto due sorprese in Georgia. Una è la Georgia. Mai ho immaginato tanta cultura, tanta fede, tanta cristianità. Un popolo credente e una cultura cristiana antichissima, un popolo di tanti martiri. Ho scoperto una cosa che non conoscevo: la larghezza di questa fede georgiana. La seconda sorpresa è stato il patriarca: è un uomo di Dio, quest’uomo mi ha commosso. Le volte che l’ho incontrato sono uscito con il cuore commosso, ho trovato un uomo di Dio. Sulle cose che ci uniscono e ci separano, io dirò: non mettiamoci a discutere le cose di dottrina, questo lasciamolo ai teologi, loro sanno farlo meglio di noi, discutono e sono bravi, sono buoni, quelli di una parte e dell’altra. Che cosa dobbiamo fare noi, popolo? Pregare gli uni per gli altri. E fare cose insieme: ci sono i poveri, lavoriamo per i poveri; c’è un problema, lavoriamo insieme; ci sono i migranti, lavoriamo insieme per gli altri. Possiamo farlo. Questo è il cammino dell’ecumenismo e con buona volontà si può, si deve fare. Oggi l’ecumenismo si deve fare camminando insieme e pregando insieme. Ma la Georgia è meravigliosa, non me lo aspettavo: cristiana fino nel midollo».

QUI L’ORIGINALE

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Tags:
ideologia genderpapa francesco
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