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Nagorno Karabakh, il Papa: nulla di intentato per la pace

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Non bisogna lasciare nulla di intentato per giungere alla pace. Nel suo discorso alle autorità politiche, Francesco accenna indirettamente al conflitto nel Nagorno Karabakh pur senza nominare la regione contesa tra Azerbaigian e Armenia, e occupata dalle truppe di Erevan. Dopo il conflitto che si è svolto agli inizi degli anni Novanta, sono in corso negoziati di pace sotto l’egida del Gruppo di Minsk.  

Il Papa è stato accolto dal presidente Ilham Heydar Aliyev nel vasto piazzale antistante il palazzo presidenziale Ganjlik a Baku. Il vento gli ha fatto volar via la papalina bianca. Dopo aver passato in rassegna le truppe schierate, Francesco le ha salutate dicendo in lingua azera: «Salam asker», cioè «Salve soldati!». Il previsto incontro «privato» non è stato tale all’inizio, perché i primi cinque minuti sono stati trasmessi in diretta televisiva, con il Pontefice e il Presidente che dialogavano per mezzo dell’interprete: «Grazie per la calorosa accoglienza», ha detto Bergoglio, affermando: «Voi in questa terra date un esempio di libertà religiosa». Aliyev da parte sua ha definito la visita papale importante anche «per il dialogo tra le civiltà». Dopo l’incontro e lo scambio di doni – il presidente ha donato all’ospite un tappeto di cinque metri per tre – Francesco è andato a far visita al monumento ai caduti per l’indipendenza, a circa otto chilometri di distanza dal palazzo, sull’area dove vennero sepolti nel 1918 i soldati azeri e turchi caduti in difesa della città. Il luogo è stato teatro di manifestazioni popolari contro l’esercito sovietico, soffocate con una violenta repressione nel 1990. Sono tumulati qui anche i caduti nella guerra del Nagorno-Karabakh. 

Da lì Francesco si è diretto al centro H. Aliyev, struttura modernissima a forma di balena dedicata alla memoria del padre dell’attuale presidente, che ospita esposizioni d’arte e anche la fondazione guidata dalla moglie del presidente, Mehriban Aliyeva, protagonista del restauro di antichi affreschi nelle catacombe romane dei Santi Pietro e Marcellino. Qui, in presenza dello sceicco dei musulmani del Caucaso, di un vescovo ortodosso della Chiesa di Mosca e di un rabbino, si è svolto l’incontro con le autorità politiche. 

Il presidente Aliyev nel suo saluto ha ricordato l’importanza del «multiculturalismo» nel Paese dove «le religioni vivono come in una famiglia». E ha citato il Nagorno Karabakh, «territorio occupato dagli armeni», e il conflitto che ha provocato «un milione di profughi». 

Nel suo discorso il Papa ha osservato che Baku, la capitale affacciata sulle rive del Mar Caspio, «ha trasformato radicalmente il proprio volto con nuovissime costruzioni, come quella in cui si svolge questo incontro». In effetti il contesto che accoglie il Vescovo di Roma quattordici anni dopo la visita di Papa Wojtyla è completamente diverso: la skyline della città è profondamente mutata.  

Francesco, sapendo di parlare in un Paese dove le religioni convivono, cita lo «sforzo comune nella costruzione di un’armonia tra le differenze» che «è di particolare significato in questo tempo, perché mostra che è possibile testimoniare le proprie idee e la propria concezione della vita senza prevaricare i diritti di quanti sono portatori di altre concezioni e visioni».  

«Ogni appartenenza etnica o ideologica, come ogni autentico cammino religioso – ha detto il Papa – non può che escludere atteggiamenti e concezioni che strumentalizzano le proprie convinzioni, la propria identità o il nome di Dio per legittimare intenti di sopraffazione e di dominio».  

Per questo il Papa auspica che l’Azerbaigian «prosegua sulla strada della collaborazione tra diverse culture e confessioni religiose. Sempre più l’armonia e la coesistenza pacifica alimentino la vita sociale e civile del Paese, nelle sue molteplici espressioni, assicurando a tutti la possibilità di apportare il proprio contributo al bene comune». 

«Il mondo sperimenta purtroppo – ha osservato ancora Francesco – il dramma di tanti conflitti che trovano alimento nell’intolleranza, fomentata da ideologie violente e dalla pratica negazione dei diritti dei più deboli. Per opporsi validamente a queste pericolose derive, abbiamo bisogno che cresca la cultura della pace, la quale si nutre di una incessante disposizione al dialogo e della consapevolezza che non sussiste alternativa ragionevole alla paziente e assidua ricerca di soluzioni condivise, mediante leali e costanti negoziati». 

Anche tra gli Stati, ha concluso il Pontefice, «è necessario proseguire con saggezza e coraggio sulla via che conduce al vero progresso e alla libertà dei popoli, aprendo percorsi originali che puntano ad accordi duraturi e alla pace. In tal modo si risparmieranno ai popoli gravi sofferenze e dolorose lacerazioni, difficili da sanare». Francesco ha espresso la sua vicinanza «a coloro che hanno dovuto lasciare la loro terra e alle tante persone che soffrono a causa di sanguinosi conflitti», auspicando che «la comunità internazionale sappia offrire con costanza il suo indispensabile aiuto. Nel medesimo tempo, al fine di rendere possibile l’apertura di una fase nuova, aperta a una pace stabile nella regione, rivolgo a tutti l’invito a non lasciare nulla di intentato per giungere ad una soluzione soddisfacente». 

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