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Ildegarda di Bingen: monaca benedettina infiammata dallo Spirito

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Un libro racconta la storia della santa tedesca, Dottore della Chiesa Universale

“Fuoco verde. Ildegarda di Bingen, donna del mistero” (San Paolo edizioni) è il libro della giovane Costanza Cavalli che racconta la storia della santa, mistica, musicista, esperta di erbe Ildegarda, proclamata Dottore della Chiesa il 7 ottobre 2012 da Benedetto XVI che così disse:

«In Santa Ildegarda di Bingen si rileva una straordinaria armonia tra la dottrina e la vita quotidiana. In lei la ricerca della volontà di Dio nell’imitazione di Cristo si esprime come un costante esercizio delle virtù, che ella esercita con somma generosità e che alimenta alle radici bibliche, liturgiche e patristiche alla luce della Regola di San Benedetto: rifulge in lei in modo particolare la pratica perseverante dell’obbedienza, della semplicità, della carità e dell’ospitalità. In questa volontà di totale appartenenza al Signore, la badessa benedettina sa coinvolgere le sue non comuni doti umane, la sua acuta intelligenza e la sua capacità di penetrazione delle realtà celesti».

L’autrice sceglie come voce narrante della storia Clementia, sorella di Ildegarda e suora, e ci dona il ritratto di una donna coraggiosa, amante del silenzio, anticonformista, dedita alla predicazione e alla preghiera. L’evento che apre e conclude il testo è il diverbio con il vescovo di Magonza che accusa Ildegarda di aver dato ospitalità a uno scomunicato, punendo il monastero con il divieto di essere ammessi alle funzioni religiose. Uno giovane ferito, su cui pesa la scomunica, viene accolto nel monastero fino al momento della morte. Ildegarda non accetta il provvedimento e lotta per ribadire l’insegnamento cristiano di accogliere chi è in difficoltà.


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ILDEGARDA E LA REGOLA DI SAN BENEDETTO

La santa e mistica tedesca ultima di dieci figli, nasce in una famiglia nobile nel 1098 in Renania, a otto anni entra nella badia benedettina di San Disibodo e giovanissima prende i voti.

«Era il 1112. Erano già tempi difficili, e tutti, soprattutto i religiosi, subivano le schermaglie tra il Santo Padre e l’imperatore: fu l’arcivescovo di Bamberga, Ottone, a presiedere la cerimonia nella quale venni ordinata, perché il titolare dell’ufficio, Adalberto di Magonza, da cui dipendevamo, era prigioniero di Enrico V, a Trifel. Da quel momento non appartengo più a me stessa, ma a Cristo, sono sua sposa. E la Regola di San Benedetto guida le mie giornate. Una Regola fatta di preghiera, di duro lavoro e dell’indispensabile per vivere. E, in un certo senso, di studio: le consorelle imparavano i nomi delle piante, a che cosa servono, come usarle per curare le malattie, come si pratica la potatura, come deviare il corso dei torrenti per irrigare i terreni, e anche come arare e mietere. Ugualmente, io stessa, decidendo di portare il velo, avevo scelto una vita faticosa: la Regola era la strada maestra per raggiungere l’equilibrio, l’armonia con il creato. Senza mortificare il corpo, perché chi uccide la carne, uccide l’anima che vi abita: Dio ci richiede pietà, non il sacrificio di quanto ci ha donato».

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