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“Ecco le mie crisi di uomo e di prete”. Le confessioni di Padre Piero Gheddo

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 29/09/16


Dal 1968 fin verso il 1973-1974 «mi capita di trascurare il breviario, il rosario, la confessione, di non celebrare tutti i giorni la santa Messa… Sono talmente pressato dagli impegni che mi pare logico non dare troppo peso alle pratiche di pietà, perché mi illudo pensando: “Gesù sa che prima o poi a queste pratiche ci ritorno!” Per grazia di Dio e intercessione dei miei santi in Cielo (papà e mamma anzitutto), non credo di aver mai avuto dubbi sulla fede e nemmeno sull’autorità della Chiesa di parlare in nome di Gesù Cristo. Ma in quegli anni c’è un decadimento nella mia vita spirituale».

L’ADDIO A “MONDO E MISSIONE”

Uno dei momenti più critici, Padre Gheddo l’ha vissuto quando ha dovuto abbandonare la sua “creatura” editoriale, Mondo e Missione.

«Il 24 aprile 1993 è un sabato – ricorda – Nella notte parto per il Brasile mandato dal superiore generale padre Franco Cagnasso per aiutare nella nascita di Mundo e Missão (la versione in portoghese di Mondo e Missione). A mezzogiorno, da un confratello che viene da Roma ricevo una lettera di padre Cagnasso che mi invita, quando ritorno dal Brasile, a un colloquio con lui, in vista di un trasferimento a Roma per assumere l’incarico di direttore dell’Ufficio storico del Pime. Sono a Milano da 40 anni nella stampa e vivo un periodo di successi notevoli (…) Quel viaggio a São Paulo per me è un incubo. Prego, di notte sono agitato, dormo poco».

Il ritorno in Italia è traumatico. «A poco a poco, con l’aiuto di Dio e di suor Franca Nava, missionaria dell’Immacolata in Bangladesh, rimasta con me dal 1973 fino a oggi come mia segretaria, mi adatto».

IL CAPITOLO DEL PIME

Tre i fattori, evidenzia il missionario che lo hanno aiutato a superare le crisi. «Il primo: il capitolo di aggiornamento post-conciliare del Pime (maggio 1971-gennaio 1972) a Roma nella casa generalizia. Mi ha fatto bene studiare per la prima volta la storia dell’Istituto e i suoi personaggi, martiri e santi: scopro che il Pime ha davvero una grande tradizione di santità e di passione per la Chiesa e la missione».

LA LEZIONE DI PADRE ARISTIDE

Anche monsignor Aristide Pirovano, uno dei missionari Pime più conosciuti, è stato decisivo. «Pregava tanto e a me diceva che, come giornalista con una vita molto distratta, dovevo essere fedele alle pratiche di pietà del sacerdote. Nel gennaio 1997 vado a salutarlo nell’ospedale Valduce di Como poco prima della sua morte, mentre sto partendo per la Guinea-Bissau. Recitiamo assieme il rosario e poi mi dice di recitare tre rosari al giorno! Nelle sue lettere ai missionari, scriveva spesso: “Siate missionari di Cristo e nient’altro”».

LA VITA IN COMUNITA’

La terza “spinta” per padre Gheddo è arrivata dalla comunità del Centro missionario Pime di Milano (in via Mosè Bianchi), iniziata nel novembre 1973 da padre Giacomo Girardi. «Sono gli anni del Sessantotto, il lunedì sera c’è la Messa comunitaria, la cena e poi l’incontro nel quale discutiamo e ci confrontiamo con le teorie correnti sul sacerdozio, la preghiera e l’obbedienza alla Chiesa: con grande gioia vedo che i miei confratelli, con varie sensibilità e accenti, sono d’accordo con la visione di monsignor Pirovano». In particolare ricorda con affetto i due confessori e padri spirituali: prima padre Attilio Villa (già missionario in Cina) e poi padre Franco Vernocchi (in Guinea-Bissau).

LA BIOGRAFIA DEI MISSIONARI

Infine una bussola nelle fasi più delicate del suo cammino di fede sono state quelle dei missionari «di cui ho dovuto scrivere la biografia: il beato martire Giovanni Mazzucconi, per la sua beatificazione (19 febbraio 1984), i servi di Dio Marcello Candia (oggi venerabile), Clemente Vismara (oggi beato), Felice Tantardini, Paolo Manna (oggi beato), Carlo Salerio, Alfredo Cremonesi e altri di cui non s’è ancora iniziata la causa di canonizzazione».

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