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Come possono convivere Apocalisse e futuro del cosmo?

Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 28/09/16

IL MESSAGGIO DELL’APOCALISSE

Illuminante in questo senso può’ essere uno sguardo all’Apocalisse, testo complesso e simbolico. Tutto viene ripreso in una rilettura della storia centrata sull’Agnello immolato, sul Crocifisso vincitore della morte, fonte di speranza dell’umanità. Non un mito, né una cronologia salvifica miracolosamente disvelata sta al cuore della tradizione cristiana, ma il grido che confida nella continuità della benedizione di Dio: è la persona di Gesù Cristo – la sua pratica di amore senza limiti – la sua condivisione della sofferenza – a dare speranza alla Creazione. In Lui la fede scopre un Dio che si fa carico del creato tutto per condurlo alla città senza morte, né dolore. Il futuro non è più orizzonte temibile, ma promette una Resurrezione dei morti.

FUTURO DI SPERANZA

Una teologia attenta all’Apocalisse, insomma, dovrebbe essere causata rispetto ad una confronto sul futuro declinato in questi termini. Dopo Auschwitz e Hiroshima, la teologia sa che il futuro deve essere pensato in termini di speranza, come offerta di senso per chi si confronta con la morte prematura e la sofferenza ingiusta, per le esistenze spezzate dagli uomini e dalle donne, per le comunità cui la violenza ha sottratto la propria storia, per i viventi privati del loro essere. A essi si manifesta l’orizzonte salvifico di un Dio che sarà tutto in tutti, pienezza di Misericordia (1 Cor 15,28); a essi egli si fa vicino, donando consolazione (Is 40,1), eliminando la morte e tergendo le lacrime di chi piange (Is 25,6), saziando chi ha fame e sete della giustizia (Mt 5,6).

IL VOLTO DI DIO NEL MONDO

Il primo riferimento – la scala dei tempi più corretta – per una teologia che parla del futuro, sarà la nostra storia di uomini sulla Terra, segnata da dolore e dalla violenza, dalla violenza e dalla ricerca di comunione, dall’ingiustizia e dai problemi legati alla crisi ecologica. Ben prima che la cosmologia terminale, essa dovrà confrontarsi con la negatività che toglie speranza a tanta parte dell’esistenza di umanità, ad una biosfera violata da uno sviluppo privo di criteri. Qui allora interesserà cogliere non gli ultimi momenti del cosmo, ma il volto di Dio come prospettiva di senso per questo mondo, per queste vite, per queste storie.

LA SEPARAZIONE CON IL DISCORSO SCIENTIFICO

Quindi anche un concetto come la parousia non può essere semplicemente pensata come culmine dell’evoluzione, né la vita eterna donata in Gesù Cristo come mero prolungamento dell’umana capacità di controllo del Cosmo. La prospettiva della teologia è segnata da una ineludibile “riserva escatologica” nei confronti di ogni orizzonte significato che voglia porsi come definitivo: Dio certo è il futuro dell’uomo, ma quel futuro assoluto che eccede e supera ogni umano progettare.

Per questo, alla speranza cristiana, non è dato di tradursi immediatamente in sintesi filosofica o in principio di evoluzione delle dinamiche cosmologiche. L’escatologico, infatti, è il novum di Dio, che viene senza farsi precedere da tracce accessibili agli strumenti delle scienze fisiche o alla cosmologia quantistica. Il discorso scientifico sul futuro non è opposto alla promessa di Dio, ma semplicemente altro da essa.

LA SALVEZZA DEL COSMO

Tale presa d’atto, però, non è puramente negativa, né rinuncia a pensare al significato della materia, quasi, abbandonando ad un mortale destino di non-essere. Anzi, è piuttosto un fiducioso riconoscimento del Creatore più grande, unico misterioso senso di un cosmo che esiste per la gloria del suo nome e che proprio per questo può da lui attendere Salvezza. Sono dimensioni paradossalmente unite nell’interrogazione di Dio a Giobbe (Gb 38, 4-9) (“dov ‘eri tu all’atto della Creazione”) che esprime un’eccedenza di senso del cosmo rispetto all’uomo da custodire, contro ogni sogno di onnipresenza antropica.

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Tags:
apocalissecreatofede e scienzauniverso
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