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I sogni e le persone che fanno rinascere Amatrice 

Vatican Insider - pubblicato il 24/09/16

Mercoledì 24 agosto, alle 3,36 del mattino, Ettore Di Filippo stava percorrendo il centro di Amatrice quando l’auto ha cominciato a sballottare. «Mi sono raggomitolato, con le mani sulla testa. Quando tutto è finito, la macchina era ricoperta di macerie. Pensavo fosse crollato un palazzo. Sono uscito e ho visto la devastazione».  

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Poco più sotto e due minuti più tardi, appena fuori dal centro storico, il sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, era uscito di casa nel buio non più rischiarato da una sola luce elettrica. «Ho visto porta Carbonara, era un cumulo di rovine. Aveva retto ai terremoti per nove secoli. Lì ho capito che Amatrice non c’era più». In quel momento, sotto i muri sbriciolati della stanza da letto, il bibliotecario Sergio Serafini si stava togliendo la polvere dal viso con il braccio destro, il sinistro bloccato dai detriti. «Ero ricoperto di sassi e mattoni. Sono riuscito a spostarne alcuni e a prendere aria. Ricordo poco. Ricordo mamma che chiedeva aiuto a papà e ho sentito papà che le diceva tranquilla, adesso arrivo, e sentirlo mi ha dato coraggio. Sentivo le voci e i pianti dei vicini di casa. Poi ho sentito scavare: era mio fratello che aveva sfondato la porta della mia stanza e mi tirava fuori. C’era appena stata la seconda scossa, per questo so di essere rimasto sepolto per un’ora».  

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(Una casa nel centro di Amatrice il giorno dopo il terremoto)

Un’ora, il tempo che è servito a Maria Pannuti, comandante dei vigili del fuoco di Rieti, per arrivare ad Amatrice con i primi soccorsi. «Ricordo i vivi e ricordo i morti. Tanti morti. La gente di Amatrice scavava con le mani. Da sotto salivano i lamenti e intorno si gridava e si piangeva. Ricordo che abbiamo tirato fuori un bambino piccolo, avrà avuto due anni, e una neonata. Erano salvi, un mezzo miracolo. Non ho saputo più niente di loro. Quello che più mi rimane è il suono delle sirene delle ambulanze, continuo, terribile. Una arrivava e l’altra partiva e noi mettevamo dentro i feriti e non sappiamo chi si è salvato e chi no». A ogni ambulanza, Maria Rita Serafini, infermiera, chiedeva se avessero soccorso due bambini di sette anni. Maria Rita a sera vagava ancora. Noi non avevamo saputo aiutarla. Il marito le diceva che non doveva sperarci, doveva prepararsi alle peggiori notizie. «Erano i miei nipotini, Andrea e Simone, gemellini. Mi avevano detto che uno era morto ma dell’altro non sapevano. Gli avevano fatto il massaggio cardiaco proprio davanti a casa di mio padre, suo nonno. Ma poi ho scoperto che non è servito». 

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(Uno mese dopo non è cambiato nulla: le macerie sono state semplicemente coperte con un telo)

Un mese dopo Maria Rita non piange più. Ha un biglietto in mano, aspetta una ricetta medica alla tenda della Asl di Rieti, a fianco al campo che ha ospitato l’obitorio. Lì le hanno mostrato la foto dei bambini su un computer. Lei ha annuito e poi le è toccato di vedere i corpi e ha annuito di nuovo. «Appena mio fratello e mia cognata sono stati meglio, abbiamo fatto i funerali. Anche io volevo un bambino, ci stavo pensando, poi mi vengono in mente mio fratello e mia cognata che i figli non li hanno più». Alza il braccio destro, fa la panoramica su Amatrice con gesto ampio. «Adesso è tutto così difficile».  

Il comandante Maria Pannuti dice che anche salvare due bambini piccolissimi e non sapere più nulla di loro in fondo fa parte del mestiere. «Sono ad Amatrice da un mese e qui molto è cambiato. Prima la gente ci chiedeva dei parenti e degli amici, adesso di entrare nelle case a recuperare vestiti, ricordi, fotografie. Nel week end prendiamo appuntamento con chi vive fuori, ed era qui in villeggiatura. Molti hanno cominciato ad andarsene. Noi abbiamo ancora parecchio da fare e ogni tanto siamo contenti. Abbiamo recuperato da una chiesa due messali dell’Ottocento e poi quadri, crocefissi. A Cittaducale c’è un’area di stoccaggio ma noi preferiamo chiamarla museo». Un museo, certo.  

Amatrice ha bisogno di tutto. Sergio Serafini pensa che avrebbe ancora bisogno di una biblioteca: «Vivo vicino a San Benedetto del Tronto. I miei genitori adesso si sono trasferiti da me. Vengo ad Amatrice tre o quattro volte a settimana perché la Protezione civile di Trento mi ha promesso una casetta di legno dove riaprire la biblioteca. Noi avevamo 350 iscritti, mica pochi. Penso che per la gente di Amatrice sia bello e utile vedere il loro bibliotecario. Spero sia un modo di fargli forza». Tutti cercano di farsi forza, ed è anche un modo per darsene. Sergio Pirozzi, sindaco e allenatore di calcio, continua a non rinunciare alle sue metafore agonistiche. «Per noi è iniziato il campionato più duro». Si è molto parlato delle sue felpe, della scuola crollata e delle responsabilità da indagare. Meno della sua vita, dei suoi amici. «Gianni il fornaio, Pietro il barbiere, e con loro e tanti altri un pezzo di Amatrice non tornerà». Dei figli. «La piccola ha otto anni ma è già una guerriera. L’altro giorno nella scuola prefabbricata pioveva, e i suoi compagni si lamentavano e lei ha detto: preferivate quella di prima?». La scuola di prima, la vita di prima. C’è chi ci torna. Ettore oggi è a Roma, dove vive. «Andavo ad Amatrice coi miei genitori e i nonni. Mio nonno è stato sindaco ad Amatrice negli Anni Cinquanta. Però qui a Roma ho ripreso il lavoro, e ogni tanto torno su a vedere come va, e se serve qualcosa». 

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Ettore, appena uscito dalla Panda, quella mattina aveva ridisceso il paese e aveva incontrato il sindaco e per dei giorni non si è più fermato. «Prima abbiamo liberato la strada per fare largo ai soccorsi. Poi abbiamo girato le frazioni, fatto un piccolo censimento, un inventario delle necessità. Portavamo farmaci salvavita ai vecchi, cibo, vestiti. Qualsiasi cosa. Ma già adesso, che ci sarebbe ancora più bisogno di attenzione, sento che Amatrice comincia a interessare meno, a voi e ai vostri lettori». Forse sì, forse è inevitabile. Però c’è chi ascolta Radio Amatrice, una piccola Radio Londra che trasmette dalla taverna del sindaco. Ogni sera, alle otto, Pirozzi racconta che è successo durante la giornata. Altri danno informazioni su uffici riaperti, bancomat installati, orari di ambulatori mobili. Ogni tanto torna in funzione qualche strada che porta giù alla Salaria, e poi a Rieti, a Roma. Il comandante Maria Pannuti dice che molto del lavoro è quello. «Ripristinare le strade significa ricominciare a fare circolare il sangue nelle vene, a far battere il cuore». Le strade serviranno per andarsene, ma anche per tornare, come torna il bibliotecario sperando che ogni giorno sia quello buono per rientrare nella vecchia biblioteca. «Vorrei capire quanti libri sono ancora sani. Vorrei vedere che ne è della mia collezione di Tuttolibri, centinaia di numeri conservati, per anni. Vorrei riprendere le letture pomeridiane coi ragazzi, e quelle serali con gli adulti. Lo farò presto, vedrete».  

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Presto si rifarà tutto, esattamente come prima. Questo ci si racconta, qui ad Amatrice, ed è un modo per tirarsi su. Maria Rita, dopo la scossa che ha ucciso i suoi nipoti, aveva dormito per qualche notte in auto, poi in un camper. Poi finalmente è tornata a dormire in casa. Poche notti fa c’è stata una scossa ancora – forte, cattiva. «E siamo tornati a dormire in camper». Niente come prima, e mai più. Sorride. «Ma un bambino lo faccio». 

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