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La Caritas: il narcotraffico è una metastasi globale

MEREDITH KOUTH/dpa
A young man binded to the drug dealing shows his firearm at the red zone in Belen, frontier with Colombia and at 400 km from Caracas. On September 9th to 11th the 62nd. annual conference for the disarmament of ONG and ONU will be carried out at Mexico city. MEREDITH KOUTH/dpa
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In un dossier l’analisi di un fenomeno che produce enormi ricchezze e colpisce milioni di persone. Le parole del Papa contro i narcos. Dal «Chapo Guzman» alla ’ndrangheta

D’Altro canto i centri di produzione, le linee di transito, i porti, le rotte dello smistamento variano nel tempo. «L’Afghanistan – afferma il dossier di Caritas italiana – è un centro fondamentale per la coltivazione e produzione dei derivati degli oppiacei (come l’eroina), i cui proventi vanno poi a finanziare la guerriglia talebana; l’Africa bianca (in buona parte coincidente col Maghreb) per l’hashish; l’Europa centro-settentrionale per le droghe sintetiche; Messico, Bolivia, Perù e Colombia per la cocaina». Il maggiore porto d’ingresso in Europa è la Spagna, ma prima di arrivare da noi la droga segue le rotte per mare che dall’America Latina passano attraverso l’Africa. Vi sono poi delle «specializzazioni» territoriali: per esempio «la mafia israeliana domina l’industria olandese dell’ecstasy, la mafia nigeriana gestisce il trasporto di cocaina dall’Africa all’Europa; i cartelli colombiani e messicani gestiscono la produzione di coca e il trasporto fino ai maggiori porti di uscita latinoamericani».

Una geografia e un mercato globali quindi. Nell’indagine si parla anche del capo dei capi dei cartelli messicani, «El Chapo Guzman», entrato e uscito di galera con evasioni fin troppo «spettacolari», che ha ammesso di essere il mandante di una cosa come 2-3mila omicidi. C’è anche l’Italia in questa storia con la ’ndrangheta che gestisce la distribuzione in Europa, un tempo con i cartelli colombiani (guidati da un altro super criminale, scomparso da tempo, Pablo Escobar) ora con quelli messicani che rappresentano il nuovo potere della droga.

Se questi sono alcuni dei dati di fondo, il dossier punta l’indice contro alcuni fattori che favoriscono un fenomeno tanto vasto e articolato, a cominciare da quella «zona oscura del capitalismo» fatta di flussi incontrollati di denaro, di paradisi fiscali, «di scarsità di controlli internazionali sul riciclaggio dei capitali», senza contare il legame con estorsioni, furti, sequestri di persona, traffico d’armi e altri delitti. Proprio nel contrasto al riciclaggio, dove pure a livello europeo sono stati raggiunti risultati importanti, si sottolinea invece come la Brexit costituisca un grave passo indietro «poiché la City è da anni un punto strategico del riciclaggio del denaro sporco».

Ancora, emerge dal dossier, come la risposta messa in campo dagli Stati Uniti attraverso la cosiddetta «guerra alla droga», iniziata fin dagli anni ’70 del secolo scorso, basata su una strategia militare repressiva e proibizionista, non abbia dato risultati positivi; i «narcos» combattuti in Colombia e Messico hanno infatti sconfinato verso il Brasile, l’Argentina e l’America centrale, mentre sul fronte interno gli Stati Uniti devono fare i conti con 21 milioni di consumatori. E allora si pensa ora a strategie anche sociali, mediche, costruite sulla prevenzione, sul trattamento del «paziente». Il punto, sul quale hanno cominciato a lavorare anche negli Stati Uniti, è quello della diminuzione della domanda oltre che del perseguimento di chi crea l’offerta.

Infine, si spiega come in America Latina la produzione di coca abbia da sempre un valore economico per popolazioni contadine particolarmente povere, mentre la storia del consumo della sostanza è legata a un uso medico piuttosto ampio fra ’800 e inizio ’900, fino quando si scoprirono gli effetti deleteri che aveva sulla salute umana. Oggi tuttavia siamo di fronte a nuove pericolose frontiere, come quella delle droghe sintetiche, spesso fatte in casa, prodotte cioè con mezzi molto rudimentali e poche cognizioni di chimica. «L’Argentina – si afferma nel dossier – è il principale porto di transito della cocaina verso l’Europa: solo una piccola percentuale rimane nel Paese. Il commercio più grande di questa nazione deriva dagli scarti della droga: si tratta di droghe più o meno nocive realizzate con prodotti di scarto e vendute a basso prezzo soprattutto alle classi medio-basse».

Hipolito David Masman, direttore di Caritas Mendoza in Argentina, individua nei mutamenti sociali, culturali ed economici degli ultimi decenni, le ragioni del diffondersi della droga nel paese sudamericano. «Oggi in Argentina – spiega – ci sono tre generazioni che soffrono queste difficoltà, causate da carenza o mancanze di tutto ciò che di diritto spetterebbe alle persone per vivere degnamente, come istruzione, cibo, salute».

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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