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Il catechismo per bambini utile agli adulti

© ANTOINE MEKARY / ALETEIA

La Croce - Quotidiano - pubblicato il 22/09/16

“Le domande grandi dei piccoli” è quindi un libro per bambini, sì, ma che deve essere usato con l’aiuto di catechisti – dare vita alle pagine è cosa che solo un maestro, un pedagogo, può fare… – e non può mancare un riferimento importante ai primi responsabili di ogni educazione per un bambino, ai genitori, che anche della catechesi sono e devono essere i principali promotori. «La catechesi – scrive don Lonardo ai “cari genitori” – non è per loro [i bambini, N.d.R.] un’imposizione, anzi è il luogo dove emergono le domande importanti che hanno nel cuore, quelle domande che hanno anche i bambini di genitori atei». La conclusione è chiara, ed è diretta ai genitori, i quali possono essere portati a pensare «che non è bene parlare di Dio pubblicamente, che non è bene parlarne ai bambini»: «Non avere delle persone con le quali parlare di Dio impoverisce la vita di un bambino».

Sfogliando le pagine dei due sacerdoti si può avere l’impressione che alcune espressioni siano messe là più per gli adulti che per i bambini. Ad esempio quando si legge: «Se ci pensate bene, tanti dei vostri perché sono “metafisici”, sono “sopra” la fisica: riguardano il bene e il male, la vita e la morte, la gioia e la paura, non solo le leggi scientifiche». Si può pensare che padre Botta voglia impressionare i lettori adulti e dar loro prova “di saperla molto lunga” (cosa peraltro vera, se ne accorge chiunque abbia a che fare con lui, come con don Lonardo): la verità però è più complessa e più interessante. Botta e Lonardo hanno scoperto l’estrema duttilità e l’impressionante potenza astrattiva e concettuale dei bambini: le parole difficili non sono un problema, per una mente che è capace di concepire il numero due senza immaginarselo con due oggetti. Così vale la pena, con dolcezza e senso della misura, di “premere a fondo il pedale” della loro intelligenza: non si sciupa, anzi ne guadagnano tutte le facoltà. Così parlare del mondo porta al concetto di “universo” (che non è un semplice sinonimo di “mondo”, ma ne implica una sua specifica rappresentazione filosofica), e il concetto di “universo” alla teoria detta “del Big Bang”: così un bambino in età da prima comunione viene a conoscere il nome di Georges Édouard Lemaître, e ne ammira la figura sacerdotale in atto di discorrere con Albert Einstein. Quale appiglio troverà in lui, un giorno, la cialtronesca menzogna della scienza che demolisce la fede?

E come prevenendo l’obiezione (in realtà storicista, quindi propria di un adulto e non di una mente legata ai fenomeni) che la foto di Einstein e Lemaître apparterrebbe a un mondo ancora parzialmente legato alle superstizioni religiose, il libro mostra ai bambini una foto di Samantha Cristoforetti nella Stazione Orbitante Internazionale: è la stessa foto comparsa sui quotidiani e nei telegiornali, ma non ha il taglio censorio con cui quasi ovunque è stata riportata – si vedono le icone russe sulla testa degli astronauti. Gli scienziati pregano, le astronaute si truccano e hanno fede in Dio e in Gesù Cristo.

Momento di silenzio per gli “oh” di stupore. I quali appartengono più ai genitori che ai bambini, come era ragionevole aspettarsi: difatti nella pagina successiva seguono le illustrazioni di Copernico, Galilei, Newton, Mendel, Marconi, Volta. Le reminiscenze liceali (o accademiche, ché spesso sono pure più blande) vanno rischiarate o integrate: i grandi scienziati sono stati quasi tutti grandi uomini di fede.

Dopo qualche pagina di “domande metafisiche”, si passa a una sezione “storico-dogmatica”: le due sono separate da una semplice schematizzazione (già vista anche in Giussani), raffigurante un triangolo, ossia una piramide in sezione, e al suo interno una “l”, iniziale di “libertà”. «Gli uomini, nei secoli, hanno espresso questa libertà in tanti modi diversi, per esempio attraverso il culto dei morti, l’arte, la poesia, la musica, la filosofia, la scienza e tutte le religioni».

Ma poi si pone la domanda: e qual è la vera religione? E si parte con la storia della salvezza, corredata da sintetiche ma complete cartine che sottraggano l’età patriarcale al fumoso “c’era una volta” che i bambini riconoscono come introduzione al linguaggio fiabesco-mitologico. A un tratto, mentre si sta introducendo la formazione del corpo scritturistico, un’immagine fulminante che raccoglie la Scrittura nel concetto di Tradizione (e non nomina alcuna delle due!): «Alcuni di voi, in gita scolastica o con i vostri genitori, avranno visitato delle grotte: nelle grotte ci colpiscono le stalattiti e le stalagmiti, che si sono formate goccia dopo goccia nel corso dei secoli. Un lavoro immenso. Allo stesso modo Dio, liberamente, ha voluto farsi conoscere un po’ per volta […]. I libri dell’Antico Testamento, quindi, sono come delle meravigliose stalattiti e stalagmiti che ci raccontano i segreti di Dio».

Chiunque abbia letto la costituzione dogmatica Dei Verbum sente riecheggiare in queste poche parole alcuni importanti concetti di teologia dell’ispirazione: e nell’omogeneizzato di padre Botta e don Lonardo si trovano pure passaggi sull’inerranza biblica e sui gradi di verità della Scrittura. Il passaggio è situato al confine tra la storia prima dell’Esodo (in senso stretto, la pre-istoria d’Israele) e quella che dalla liberazione parte: scelta ponderata, perché diverse sono le pretese di attendibilità cronachistiche dell’elohista di Genesi e del deuteronomista di 1-2 Samuele. La cosa meravigliosa è che questo astruso concetto così tecnicamente enunciato, roba abbastanza ostica per i non addetti alla materia, è sbriciolato con naturalezza dagli autori, come una pagnotta in briciole davanti ai passerotti.

E i passerotti devono arrivare al dunque: dopo “perché la fede?” e “perché la rivelazione di Dio?” si arriva a “perché tutta la pienezza sta in Cristo?”. E seguirà a chiusura del libro “perché tutto questo lo troviamo solo nella Chiesa?” (insomma, si tratta di un classico schema di teologia fondamentale). Senza soluzione di continuità, l’avvento di Gesù viene innestato nel suo proprio ceppo, ossia nella storia d’Israele (la quale prepara già il passaggio comunitario per comprendere “perché la Chiesa”). E di Gesù non si dicono solo “le opere e le parole”, per le quali tutta la storia lo riconosce grande pur se non sempre arriva alla fede – Botta e Lonardo vanno dritti al cuore della pretesa di Cristo: «Prima di Gesù nessun uomo religioso aveva mai preteso di essere Dio: i grandi fondatori delle altre religioni si sentivano tutti piccoli e peccatori davanti a Dio. Gesù, invece, è l’unico che parla a Dio Padre da pari a pari, l’unico che dice di conoscere i segreti di Dio, l’unico che racconta del suo rapporto con Dio ben prima che il mondo fosse creato».

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bambinicatechismoprima comunione
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