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“Liberiamoci dai fardelli del fondamentalismo e dell’odio”

Vatican Insider - pubblicato il 20/09/16

«No al paganesimo dell’indifferenza», la «nostra strada è quella di immergerci nelle situazioni e dare il primo posto a chi soffre, di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro… Liberiamoci dai fardelli del fondamentalismo e dell’odio». Nel cuore di Assisi scaldata dal sole, Papa Francesco conclude insieme a centinaia di uomini e donne appartenenti a tutte le religioni del mondo l’incontro organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio per invocare la pace. Patriarchi, vescovi e pastori, rabbini e imam, esponenti dello scintoismo, del buddismo e delle religioni indiane non si arrendono alla violenza, all’odio, all’ideologia delle guerre ammantate di religione

Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, nel suo saluto spiega che l’immagine dei leader religiosi riuniti per la pace «è un’immagine luminosa» e smaschera chi usa il nome di Dio per far la guerra e terrorizzare», come fu trent’anni fa, nel 1986, quando Giovanni Paolo II «ebbe il coraggio di un invito a chi, per millenni, era considerato estraneo».  

I leader religiosi ascoltano i testimoni delle guerre. Tamar Mikalli, cristiana di Aleppo, prima della guerra faceva l’insegnante. «Vengo da Aleppo, la città martire in Siria – racconta – Aleppo, quando pronuncio questo nome, mi si stringe il cuore… Mi tornano alla mente i tanti amici musulmani e cristiani. Ora si fanno differenze tra cristiani e musulmani, ma prima della guerra non c’erano differenze… Poi è scoppiata la guerra, non so ancora bene perché. Hanno cominciato a piovere missili che distruggevano le case. Sento ancora le grida di un padre, di una madre o le urla dei bambini che cercano i loro genitori». 

Il Patriarca Bartolomeo ricorda che «non ci può essere pace senza rispetto e riconoscimento reciproco, non ci può essere pace senza giustizia, non ci può essere pace senza una collaborazione proficua tra tutti i popoli del mondo. Ma la pace necèssita anche di giustizia. Giustizia è una rinnovata economia mondiale, attenta ai bisogni dei più poveri; è osservare la condizione del nostro pianeta, la salvaguardia del suo ambiente naturale, che è opera di Dio per i credenti, ma che è Casa Comune per tutti… Significa avere la capacità di una solidarietà che non è assistenza, ma è sentire il bisogno, il dolore e la gioia dell’altro, come nostro proprio. Giustizia è essere coerenti con quanto professiamo e crediamo, ma capaci di dialogo con l’altro, capaci di vedere le ricchezze dell’altro, capaci di non sopraffare l’altro, capaci di non sentirci superiori o inferiori del nostro prossimo». 

Il rabbino capo di Savyon, David Brodman, è un testimone della Shoah, da bambino è stato deportato nei campi di concentramento. «Ho visto in Papa Francesco – dice – un chiaro esempio di umiltà e santità per il nostro tempo così come San Francesco fu per il suo tempo. Per me lo spirito di Assisi è il miglior esempio di umiltà e santità ed è la risposta alla tragedia della Shoah e di tutte le guerre. Perché qui noi diciamo al mondo che è possibile diventare amici e vivere insieme in pace anche se siamo differenti». 

Mentre il venerabile Morikawa Tendaizasu, 257° patriarca del buddismo Tendai, ricorda: «La storia ci ha mostrato che la pace conseguita con la forza sarà rovesciata con la forza. Noi dovremmo sapere che la preghiera e il dialogo non sono la via più lunga, ma la più breve per arrivare alla pace». 

Il Presidente del Consiglio degli Ulema indonesiani Din Syamsuddin, ribadisce: «L’islam – voglio ripeterlo qui, solennemente oggi – è una religione di pace. Dio ha creato gli uomini diversi, dice il Santo Corano, perché possano apprezzarsi e arricchirsi delle differenze. Oggi, ci sono gruppi che usano il nome dell’islam per perpetrare azioni violente, ed è responsabilità di noi musulmani lavorare insieme per mostrare a tutti il vero volto della nostra fede».  

I leader religiosi firmano un appello nel quale si afferma: «Questo è lo spirito che ci anima: realizzare l’incontro nel dialogo, opporsi a ogni forma di violenza e abuso della religione per giustificare la guerra e il terrorismo. Eppure, negli anni trascorsi, ancora tanti popoli sono stati dolorosamente feriti dalla guerra. Non si è sempre compreso che la guerra peggiora il mondo, lasciando un’eredità di dolori e di odi. Tutti, con la guerra, sono perdenti, anche i vincitori». 

«La pace è il nome di Dio. Chi invoca il nome di Dio per giustificare il terrorismo, la violenza e la guerra – si legge ancora nell’appello – non cammina nella Sua strada: la guerra in nome della religione diventa una guerra alla religione stessa. Si apra finalmente un nuovo tempo, in cui il mondo globalizzato diventi una famiglia di popoli. Si attui la responsabilità di costruire una pace vera». 

Infine, prende la parola Papa Francesco. «Abbiamo sete di pace – dice – abbiamo il desiderio di testimoniare la pace, abbiamo soprattutto bisogno di pregare per la pace». Bergoglio invita a «uscire, mettersi in cammino, trovarsi insieme, adoperarsi per la pace», perché «Dio ce lo chiede, esortandoci ad affrontare la grande malattia del nostro tempo: l’indifferenza». Questa «è un virus che paralizza, rende inerti e insensibili, un morbo che intacca il centro stesso della religiosità, ingenerando un nuovo tristissimo paganesimo: il paganesimo dell’indifferenza». 

«Non possiamo restare indifferenti» aggiunge, ricordando la visita con Bartolomeo al campo profughi di Lesbo e le vittime delle guerre, tra le quali i «bambini, che non hanno conosciuto nella vita altro che violenza». «Non vogliamo che queste tragedie cadano nell’oblio – afferma Francesco – Noi desideriamo dar voce insieme a quanti soffrono, a quanti sono senza voce e senza ascolto. Essi sanno bene, spesso meglio dei potenti, che non c’è nessun domani nella guerra e che la violenza delle armi distrugge la gioia della vita». 

«Noi non abbiamo armi – continua il Papa – Crediamo però nella forza mite e umile della preghiera». La pace che da Assisi «invochiamo non è una semplice protesta contro la guerra, nemmeno è il risultato di negoziati, di compromessi politici o di mercanteggiamenti economici… ma il risultato della preghiera». Ancora, Bergoglio ricorda che «la differenza non è per noi motivo di conflitto, di polemica o di freddo distacco. Oggi non abbiamo pregato gli uni contro gli altri, come talvolta è purtroppo accaduto nella storia. Senza sincretismi e senza relativismi, abbiamo invece pregato gli uni accanto agli altri, gli uni per gli altri». 

Francesco ribadisce che «mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa e non la guerra!». La preghiera e la collaborazione concreta «aiutano a non rimanere imprigionati nelle logiche del conflitto e a rifiutare gli atteggiamenti ribelli di chi sa soltanto protestare e arrabbiarsi. La preghiera e la volontà di collaborare impegnano a una pace vera, non illusoria: non la quiete di chi schiva le difficoltà e si volta dall’altra parte, se i suoi interessi non sono toccati; non il cinismo di chi si lava le mani di problemi non suoi; non l’approccio virtuale di chi giudica tutto e tutti sulla tastiera di un computer, senza aprire gli occhi alle necessità dei fratelli e sporcarsi le mani per chi ha bisogno. La nostra strada è quella di immergerci nelle situazioni e dare il primo posto a chi soffre; di assumere i conflitti e sanarli dal di dentro». 

«Pace – conclude il Papa – significa accoglienza, disponibilità al dialogo, superamento delle chiusure, che non sono strategie di sicurezza, ma ponti sul vuoto. Pace vuol dire collaborazione». «Desideriamo che uomini e donne di religioni differenti, ovunque si riuniscano e creino concordia, specie dove ci sono conflitti. Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio». 

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