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Vedi quel segno sulla fronte? L’ho subito in nome del “diritto della donna”

Public Domain
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Esiste un diritto all’aborto? No, il magistrato laico Vladimiro Zagrebelsky, ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha spiegato che «la Corte europea non ha mai affermato che esista un diritto all’aborto”, anzi ha negato che possa pretendersi una pura e semplice libertà di scelta da parte della donna».

Solitamente la replica più comune a questo, è che non sarebbe accettabile che lo Stato obbligasse la donna a partorire. Eppure, già avviene abitualmente, infatti tutte le leggi sulla regolamentazione dell’interruzione di gravidanza hanno determinate restrizioni ed impongono già alla donna di partorire dopo una certa data. Ad esempio in Italia, la Legge 194 vieta l’interruzione di gravidanza (quindi obbliga il parto) dopo «i primi novanta giorni», a meno di circostanze precise, questo perché oltre quella data non si può più negare l’esistenza della vita del bambino e, se venisse permesso l’aborto fino al parto, tale legge contrasterebbe il divieto di omicidio e il diritto alla vita. Sappiamo bene, tuttavia, che la vita del feto umano non inizia tra l’89° e il 90° giorno, essa è un continuum senza soluzione di continuità, dal momento del concepimento a quello della morte naturale.

Tutto questo lo sa bene Hope, la ragazza nella fotografia. I medici, in nome del “diritto della donna”, hanno cercato di abortirla, senza riuscirvi. Hope porta ancora una cicatrice sulla fronte dove il medico non obiettore di coscienza l’ha violentemente colpita con uno strumento, tentando di sopprimere la sua vita quando era nell’utero materno. Oggi, oltre a questo, il tentativo di aborto l’ha lasciata con una paralisi cerebrale. A dispetto di quello che ha sofferto, Hope ha pubblicato un commovente video (in inglese) raccontando la sua storia e perdonando sua madre.

Una storia simile a quella già raccontata di Gianna Jessen, anche lei vittima di un tentato aborto perché generata ma non voluta. Gira il mondo, zoppicando vistosamente a causa della paralisi cerebrale, raccontando la sua storia, una volta ha incontrato anche la madre (da cui è stata abbandonata dopo il fallito aborto) mentre assisteva al suo intervento. «Sono felice di essere viva, ero quasi morta», dice Gianna. «Non mi considero un sottoprodotto del concepimento, un pezzo di tessuto, o un altro dei titoli dati ad un bambino nell’utero. Se l’aborto riguarda i diritti della donna, come la mettiamo con i miei? Nessuna femminista manifestava per i miei diritti quel giorno. Ogni giorno ringrazio Dio per la vita. Lo slogan oggi è: “libertà di scelta, la donna ha il diritto di scegliere”, e intanto la mia vita veniva soppressa nel nome dei diritti della donna. Ma la morte non ha prevalso su di me, ed io sono così grata».

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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