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“Siamo un piccolo gregge in attesa di papa Francesco”

Vatican Insider - pubblicato il 17/09/16

Dopo il viaggio in Armenia, dal 24 al 26 giugno scorso, papa Francesco concluderà la sua visita nella regione del Caucaso recandosi dapprima in Georgia, il 30 settembre, e poi, il 2 ottobre in Azerbaijan.  

Nell’imminenza di questa visita abbiamo rivolto alcune domande a padre Vladimir Fekete, prefetto apostolico dell’Azerbaijan e responsabile della missione salesiana di Baku, costituita da sei sacerdoti, tre laici consacrati e, dallo scorso anno, due Figlie di Maria Ausiliatrice. Nella capitale azera sono presenti anche cinque Missionarie della Carità che hanno aperto una casa destinata all’accoglienza dei più bisognosi. In tutto il paese, che conta 10 milioni di abitanti, questi sono i soli sacerdoti e religiosi cattolici presenti.  

Quali sentimenti accompagnano la vostra attesa di papa Francesco?

«I sentimenti che ci animano sono sostanzialmente due: la gioia e la speranza. Anzitutto la gioia di poter stare con il Santo Padre, essere confermati nella fede e ricevere la sua benedizione. Papa Francesco darà sostegno e incoraggiamento a tutti i cattolici e pensieri buoni a quanti cercano il senso della vita. Al suo arrivo non mancheremo di esprimergli la nostra gratitudine profonda per aver deciso di venire in questo angolo di mondo quasi interamente musulmano (in maggioranza sciita), che da molti è poco conosciuto. Ci auguriamo che questa visita generi frutti abbondanti, così come accadde in occasione della visita di san Giovanni Paolo II che segnò una svolta sotto molti aspetti: portò frutti spirituali dei quali constatiamo i segni ogni giorno, il popolo azero – che sino ad allora aveva scarse informazioni sulla Chiesa cattolica e pensava fossimo una sorta di setta cristiana – prese a stimarci e il governo ci riconobbe come Chiesa tradizionale, presente da lungo tempo nel paese. Il presidente volle anche regalarci un terreno sul quale potemmo edificare la chiesa.  

Ci auguriamo inoltre che le parole di papa Francesco suscitino pensieri e opere di riconciliazione perché in questa regione non mancano le difficoltà. Il motto scelto per questa visita, “We are all brothers”, intende sottolineare che tutti gli esseri umani sono fratelli e parte di un’unica famiglia».  

Qual è la difficoltà maggiore?

«Il conflitto con l’Armenia per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, un conflitto che si protrae ormai da 25 anni e ha causato numerose vittime. Si tratta di una questione politica che purtroppo si ripercuote sul paese causando tensioni e sofferenze. Noi tutti speriamo che la presenza di papa Francesco possa incoraggiare la ricerca di vie di riconciliazione».  

Quali aspetti del magistero di papa Francesco la colpiscono maggiormente?

«Anzitutto il tema delle periferie geografiche ed esistenziali. Sapere con quanta cura e sollecitudine egli si adopera per noi è motivo di grande conforto e gratitudine. Di papa Francesco mi colpiscono la semplicità, la capacità di ascolto e la compassione: egli ci insegna con le parole e con i gesti a restare saldamente ancorati a Cristo ed essere così capaci di riconoscere l’umano ferito e impegnarci concretamente per portare aiuto e consolazione».  

Quanti sono i cattolici in Azerbaijan?

«Non esistono dati ufficiali, qui non c’è l’obbligo (come accade in alcuni paesi) di indicare l’appartenenza religiosa sul passaporto, dunque è difficile dirlo. Nel 1900 a Baku si contavano circa 10.000 cattolici, ma con l’avvento del regime comunista tutto cambiò: le chiese furono distrutte, i sacerdoti perseguitati e uccisi. Certamente oggi siamo un piccolo gregge: a Baku vi sono circa 300 cattolici locali mentre nel resto del paese non vi sono comunità consistenti, ma singole persone o famiglie, con le quali siamo in contatto. I cattolici stranieri che lavorano in Azerbaijan sono qualche migliaio».  

Com’è articolata la presenza salesiana a Baku?

«Nel 2000, al nostro arrivo, erigemmo una piccola cappella dedicata a Cristo Redentore. Poi, dopo la visita di Giovanni Paolo II nel 2002 e il dono del terreno, abbiamo costruito la chiesa dell’Immacolata cui si sono aggiunti il centro pastorale e l’oratorio. In una zona popolare della città abbiamo aperto una scuola di recupero, che oggi è frequentata da 400 ragazzi. I genitori tengono molto all’educazione dei loro figli e li mandano volentieri da noi a prendere ripetizioni o a preparare gli esami di ammissione all’università perché hanno compreso la nostra sincera e appassionata dedizione alla formazione dei giovani. Noi stiamo vivendo un kairòs, una fase storica bella e importante per la Chiesa cattolica azera. Siamo grati al governo che è molto aperto e tollerante e stima la Chiesa cattolica: ha potuto constatare che noi siamo qui per servire i cattolici e tutti coloro che, in vario modo, sono più bisognosi di cure e attenzioni. Quando vi sono cerimonie ufficiali siamo sempre invitati insieme ai rappresentanti della Chiesa ortodossa, della comunità ebraica e delle comunità islamiche».  

I rapporti tra i cattolici e i fedeli delle altre religioni sono buoni?

«Sì. Il popolo azero è particolarmente aperto e curioso nei confronti degli stranieri e delle diverse tradizioni religiose e lo stato sostiene e incoraggia le buone relazioni tra tutti i fedeli, rispettoso della storia di questo territorio dove per secoli cristiani, musulmani ed ebrei hanno vissuto insieme in pace. 

Lo sceicco – capo dei musulmani del Caucaso – è un uomo molto aperto, basti dire che quando erigemmo la chiesa volle contribuire personalmente donandoci 10.000 dollari: fu un segno di stima che apprezzammo. In città la convivenza tra cristiani, ebrei e musulmani è buona e non vi sono mai stati conflitti: nella nostra chiesa dell’Immacolata, ad esempio, vengono a pregare molte donne musulmane, soprattutto quelle in attesa di un bimbo. Conosciamo molto bene i cari fratelli ortodossi, siamo legati da rapporti di sincero affetto e ci frequentiamo regolarmente. Invitiamo sempre l’arcivescovo Alexander alle nostre celebrazioni più importanti e lui non manca mai di ricambiare l’invito». 

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