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Se la croce di Cristo ha trionfato, perchè il mondo è ancora nel caos?

Judy Landrieu Klein - pubblicato il 16/09/16

Per molto tempo ho pensato che essere cristiani trionfanti significasse che la vita sarebbe andata, per qualche motivo, magicamente bene

È tornata la Festa del Trionfo della Croce, e non posso fare a meno di chiedermi: Se la croce di Cristo ha trionfato, perchè il mondo è ancora nel caos?

Nelle due scorse settimane ho pianto molto. Ho pianto perché una cara amica mi ha detto della ricomparsa di un tremendo tumore al seno, ho pianto con un’amica ancora in lutto per la scomparsa del figlio avvenuta qualche anno fa, e ho ascoltato il cuore infranto di un’amica per l’agonia di avere un figlio con dipendenze. Queste amiche con cui (e per cui) ho pianto sono tutte persone di fede. Sono tutte devote cattoliche che amano profondamente il Signore. Tutte quante provano a guardare il serpente di rame che, mordendo, può portare alla vita invece che alla morte (Numeri 21:9).

Per molto tempo ho pensato che essere cristiani trionfanti significasse che la vita sarebbe andata, per qualche motivo, magicamente bene. Ricordo ancora la canzoncina che cantavamo ogni domenica nella piccola chiesa evangelica che ho frequentato a vent’anni: Abiding in the vine/abiding in the vine/ love, joy, health, peace, he has made them mine/ I’ve got prosperity, power and victory, abiding, abiding in the vine (Dimorando nella vite/dimorando nella vite/ Lui ha reso mie amore, gioia, salute e pace/ Ho prosperità, potere e vittoria, dimorando, dimorando nella vite).

Mi aggrappavo a quel messaggio perché volevo credere che la fede, di per sé, avrebbe portato dei risultati soprannaturali che mi assicurassero di avere controllo sulla mia vita. Volevo credere che la fede potesse garantire dei buoni risultati, perché quella prospettiva faceva sembrare la vita meno intimidatoria e faceva sentire me più potente. Ma la “vita in abbondanza” non è sinonimo di vita senza problemi, e io l’ho scoperto nel modo più doloroso. Il brusco risveglio mi ha però spinta a cercare una comprensione più profonda del significato del Trionfo della Croce. Così facendo, ho scoperto l’opera di Joseph Ratzinger (Papa Emerito Benedetto XVI) che, sul significato della Croce, ha davvero molto da dire.

Ratzinger scrisse una volta:

“La compassione di Dio si fa concreta nella carne. Essa significa flagellazione, incoronazione di spine, crocifissione, sepolcro. Egli è entrato nella nostra sofferenza. Ciò che questo significa, ciò che può significare lo apprendiamo dalle grandi immagini del Crocifisso e dalle ‘Pietà’ che raffigurano la Madre con il Figlio morto tra le braccia. Di fronte a queste immagini e in esse la sofferenza cambia volto per gli uomini: questi ora apprendono che nella propria sofferenza, anche la più intima, abita Dio stesso e che nelle loro piaghe essi sono diventati una cosa sola con Lui”. (Ratzinger, Il Dio di Gesù Cristo. Meditazioni sul Dio Uno e Trino, 55)

A dire il vero molti di noi credono che se riuscissimo a sbarazzarci delle nostre piaghe, Dio sarebbe con noi. O al contrario, noi pensiamo che se Dio fosse davvero con noi, allora non soffriremmo così tanto. Ma quello non è il messaggio della croce. Ratzinger continua, nel libro: “Il Crocifisso non ha tolto dal mondo la sofferenza, ma con la sua croce ha trasformato gli uomini” (Ratzinger, 56)

Come, vorremmo sapere? Come ha Dio trasformato la sofferenza se non ha neanche rimosso il dolore dalle nostre vite? E come ha potuto trasformare l’umanità attraverso la Croce, se la vita su questa Terra è ancora così disordinata?


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Entrando nelle viscere della sofferenza umana, Cristo ha trasformato la sofferenza da una terribile maledizione in un’offerta d’amore che diventa la porta per accedere all’intimità con Lui. Una porta attraverso la quale ci incontra, nella nostra umanità afflitta. La presenza di Emmanuel su questa Terra trova il suo significato definitivo sulla Croce – dove la più profonda angoscia umana diventa il luogo del Dio con noi; il luogo dove Lui si mostra, nelle esperienze della vita umana più tragiche. Cristo ci chiede inoltre di abbracciare la Croce e di permettere al frutto della Sua resurrezione trionfale di infondere grazia in noi – quella grazia che ci fa restare nella fede, nella speranza e nell’amore nonostante le più difficili sfide della vita.

Fa riflettere il fatto che la Chiesa abbia posto la ricorrenza liturgica di Maria Addolorata un giorno dopo la Festa del Trionfo della Croce. La Madre di Dio, ai piedi della Croce, incarna la sofferenza “redenta”. In unione con il travaglio di Cristo, dice con rassegnazione: Avvenga di me quello che hai detto. Un dolore lacerante, che però anticipa una nuova vita, una nuova nascita, una resurrezione. Lei resta lì, con gli occhi fissi su Gesù, certa che l’amore sia più forte della morte.

La Crocifissione – di lui, di lei, la nostra – diventa dunque il momento in cui ogni essere umano è intimamente unito a Dio.

Non diventiamo vincitori evitando il dolore, bensì invitando Cristo nella nostra sofferenza affinché riceviamo la grazia di accogliere l’afflizione intesa come amore, dono, trionfo. E questo amore offerto agli altri trasforma le ferite in gloriose cicatrici, in grado di portare molto frutto. È così che la Croce ci trasforma. Ed è esattamente lì che sperimentiamo il Suo trionfo.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

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