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Religione e psicanalisi possono incontrarsi senza confondersi?

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Nel dialogo tra un monaco e una psicanalista si snoda il percorso di uno scambio fecondo

“Il monaco e la psicanalista. In dialogo per una autentica libertà interiore” di Marie Balmary (edizioni Paoline) è la storia di due compagni di università iscritti a medicina che si rincontrano dopo tanti anni. Simon è diventato monaco e Ruth ha intrapreso la professione di psicanalista. L’uno è cattolico, l’altra è ebrea ma agnostica. L’amicizia tra loro si rinnova attraverso un dialogo ricco e serrato, e uno scambio di lettere intenso e profondo.

Il libro trae ispirazione da un’esperienza autobiografica dell’autrice: due incontri importanti, uno con il famoso psicanalista Jacques Lacan e l’altro con il fratello minore di lui Marc-François, monaco benedettino. La conoscenza di quest’ultimo fu davvero fondamentale per la scrittrice, e ha rappresentato il principale motore del testo.

Marie Balmary era impegnata in una ricerca

“che, attraverso una rilettura della vita e dell’opera di Freud, risaliva a questioni fondamentali – gli oltraggi contro il soggetto, le leggi di relazione, la genesi della parola… – e mi conduceva verso le origini della nostra civiltà e in particolare verso la grande figura di Mosè, alla quale Freud si era tanto interessato”. Così la scrittrice avvertì il desiderio di conosce Marc Lacan per scoprire come egli riusciva a conciliare “la duplice lettura dei testi biblici, di cui era interprete autorevole, e dell’opera del fratello, che seguiva con interesse”.

L’incontro tra i due avviene la mattina del venerdì santo:


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