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Vecchiaia precoce? Macché: Sammy Basso ha una contagiosa forza di vivere!

Silvia Costantini
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Affetto da una rarissima malattia, la Progeria, è un vero campione, un maestro di vita

Sammy Basso ha quasi 21 anni ed è il più longevo dei circa cento ragazzi al mondo affetti dalla Progeria, una malattia che lo porta ad essere come un anziano in un corpo di bambino. Questo significa: problemi di cuore, della pelle, alle ossa, pressione alta… Ma, tutto questo per Sammy, non è altro che un dettaglio, un aspetto poco rilevante, perché come lui stesso dice “riguarda solo il corpo”!

Lo abbiamo incontrato, in una calda giornata di fine estate, nella sua casa vicino Padova, che è anche la sede dell’Associazione Sammy Basso, con cui cerca di informare e sensibilizzare il mondo sulla sua malattia e trovare i fondi per la ricerca. Ci ha accolti con l’entusiasmo tipico dei ventenni, ma soprattutto con un sorriso vero e disarmante, di chi conosce il valore della vita.

Sammy qual è la tua storia?

La mia storia, prima di tutto è quella di un ragazzo di 20 anni, quasi 21. Quindi la mia storia è fatta di amici, di scuola, di università adesso, è una storia normale, anche se la mia particolarità è una malattia genetica rarissima, chiamata Progeria, che colpisce una persona ogni otto milioni di nati sani e al mondo siamo in 100.

In cosa è diversa la tua vita rispetto a quella degli altri ragazzi?

La mia vita è diversa perché non posso fare certe cose che tutti gli altri fanno, fare sport ad esempio, e questa è la cosa minima. Devo sempre usare delle precauzioni quando faccio le cose e quindi non posso dire “ok, tra un’ora parto e vado”, senza programmare bene il tutto.

Cambieresti qualcosa della tua vita?

No, io non cambierei niente. La mia vita mi piace così, perché questa è la mia vita. Ho i miei amici, i miei genitori, la mia famiglia. Queste sono le cose più importanti, la Progenie è una parte minima della mia vita, perché riguarda il fisico.

So che ami viaggiare e che sei reduce da un viaggio negli Stati Uniti molto impegnativo. Che cosa ti ha lasciato?

Di questa esperienza mi ricordo tantissime emozioni. Non mi ricordo tutto, perché abbiamo fatto tantissime cose, è stato un bellissimo viaggio, sia perché l’ho fatto con i miei genitori e il mio amico Riccardo. Abbiamo visto dei posti bellissimi ed abbiamo attraversato l’America da est a ovest, però soprattutto l’abbiamo fatto in contatto con le persone.

Abbiamo conosciuto gli Amish, i Bikers, i Navajo. Il capo Navajo, mi ha dato un nome Navajo che è “Chaànaàghaiì”, che significa “persona che viene da lontano e che ha molta strada da fare”. Loro quando ti danno un nome, significa che sei parte della tribù. Per cui ora sono italiano e Navajo. Una cosa che ricordo molto divertente è Roosevelt, la città degli alieni.

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