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Betori: il diritto alla libertà religiosa va riconosciuto a tutti

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«L’uso strumentale e ideologico della religione da parte di alcuni, in specie appartenenti al mondo islamico, a fini di egemonia all’interno del loro stesso ambito religioso e poi nel mondo, va contrastato con decisione, in diversi modi e su diversi piani. Per quanto ci riguarda, questo contrasto comporta una chiara difesa del diritto alla libertà religiosa e di culto, un diritto che va riconosciuto a tutti, sia nei nostri paesi sia altrove; ad esso corrisponde l’impegno delle comunità a riconoscere l’integralità dei diritti umani e la cooperazione al bene comune». Lo ha detto il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, nel suo intervento a chiusura oggi, all’eremo di Lecceto, della `tre giorni´ dell’assemblea diocesana del clero con cui, come di consueto, si apre il nuovo anno pastorale della Diocesi di Firenze. 

«Si tratta di far crescere una mentalità condivisa – ha aggiunto Betori -, che, se nel nostro territorio si traduce ad esempio nel promuovere occasioni di confronto e di dialogo, come pure nel riconoscimento del diritto alla costruzione di luoghi di culto per ogni comunità religiosa, impegna anche a sostenere le comunità che in altre parti del mondo non godono del medesimo diritto». 

Betori ha poi rilanciato l’appello del Papa nell’accoglienza dei profughi: «Rinnovo l’esortazione a rispondere con generosità alle sollecitazioni del Santo Padre, offrendo quanto, in persone, risorse e ambienti,- è nella disponibilità delle nostre parrocchie per venire incontro all’accoglienza di rifugiati e profughi. So bene che, contrariamente a quanto in genere si pensa e si dice, le nostre parrocchie, nella loro stragrande maggioranza, sono prive di strutture edilizie fruibili per questa necessità, ma quel che c’è va offerto con larghezza e soprattutto molto si può fare collaborando insieme alla Caritas e agendo in ambienti messi a disposizione da altri enti, ecclesiastici o civili».  

Infine il cardinale ha riflettuto sulla società italiana «povera di uno sguardo fiducioso sul futuro e di visioni condivise. Il ripiegamento sull’oggi e sulle esigenze individuali inquina la nostra cultura e impedisce di dare il sostegno spirituale e valoriale di cui necessita ogni crescita. La lettura dei social appare al riguardo deprimente, senza con questo voler dare eccessivo valore a una modalità di comunicazione che raccoglie alcuni settori delle società, ma che fatico a identificare con il sentire del popolo».. 

«Abbiamo un problema di cultura diffusa che rischia di corrompere la cultura condivisa e farci perdere le cose buone che l’incontro tra la fede e il genio della nostra gente ha prodotto nei secoli. Occorre reagire, come ricordava Papa Francesco nel novembre scorso nella nostra cattedrale. «La Chiesa – queste le parole del Papa – sappia anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblicò e «credete al genio del cristianesimo italiano, che non è patrimonio né di singoli né di una élite, ma del popolo di questo straordinario Paese».  

«Autorevoli osservatori della realtà sociale – ha aggiunto Betori – ci aiutano a individuare come, pur nella crisi, continuino a valere certi `fondamentali” che hanno costruito l’Italia così com’è risorta dall’ultima Guerra mondiale: primato del soggetto e della persona, tendenza alla proprietà, propensione a fare impresa, ruolo della famiglia, sostegno del welfare, radici nel territorio. Ma è anche vero che gli stessi studiosi osservano come crescano il bisogno di sicurezza e la ricerca di certezze. Su quest’ultimo punto abbiamo spazi di azione e compiti di responsabilità non da poco, per aiutare a sfuggire le sirene fondamentaliste da una parte, religiose e non solo, ma anche per entrare liberamente nel dibattito pubblico con la forza della testimonianza». 

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