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Vescovi Ue con Bruxelles, Apple paghi le tasse

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La Comece, la Commissione degli episcopati della comunità europea, sostiene il tentativo dell’Ue di far pagare le tasse arretrate alla Apple in Irlanda e, più in generale, alle multinazionali che investono e operano sul territorio europeo guadagnando enormi profitti, spesso approfittando dei regimi fiscali favorevoli di alcuni Paesi. Del resto non si tratta di una novità: da tempo l’organismo che rappresenta le chiese cattoliche nei Paesi membri dell’Unione, in collaborazione con le commissioni giustizia e pace delle varie conferenze episcopali europee, insiste affinché vengano introdotti principi di tassazione più equi, soprattutto verso grandi gruppi imprenditoriali e finanziari; chiede inoltre che siano ridotte le disparità sociali, le diseguaglianze, le povertà. In tale quadro le chiese europee hanno individuato il terreno di una più giusta ripartizione delle tassazioni a cominciare appunto dai gruppi multinazionali. La Comece in un comunicato diffuso in questi giorni, sottolinea, a proposito della recente decisione dell’Ue sul caso Apple-Irlanda, che «in un contesto di povertà crescente in Europa, le pratiche che permettono alle multinazionali di pagare poco o nulla le tasse per le attività che svolgono all’interno dell’Ue, suscitano le incomprensioni di numerosi cittadini». La Comece esorta quindi tutti i soggetti coinvolti in questa vicenda a lavorare insieme «per una maggiore giustizia fiscale».

I vescovi richiamano in primo luogo le parole del commissario europeo alla concorrenza Margrethe Vestager, che ha affermato: «Gli Stati membri non possono accordare dei vantaggi fiscali a determinate imprese selezionate con cura. Questa pratica è illegale in base alle regole dell’Ue in materia di aiuti di Stato. L’indagine della commissione ha concluso che l’Irlanda aveva accordato dei vantaggi fiscali illegali a Apple, permettendo a quest’ultima di pagare nettamente meno tasse rispetto ad altre società per diversi anni. In realtà questo trattamento selettivo ha permesso a Apple, di vedersi applicata una imposta effettiva sulle società dell’ 1% sui suoi guadagni europei nel 2003, imposta che è diminuita fino allo 0,005% nel 2014». Per altro l’inchiesta della Commissione europea parte dai benefici fiscali di cui ha goduto la multinazionale a partire dal 1991. Note sono le conclusioni: “Apple” dovrebbe pagare ora 13 miliardi di euro di arretrati all’Irlanda, mentre quest’ultima ha impugnato la decisione di Bruxelles temendo che in tal modo investimenti e posti di lavoro siano a rischio.

L’organismo degli episcopati europei richiama però anche l’attenzione delle commissioni giustizia e pace. In un documento del gennaio scorso si fa riferimento appunto alle questioni fiscali mettendole in relazione al quadro economico-sociale generale. «La globalizzazione e la digitalizzazione dell’economia – affermano le chiese europee – hanno portato a una crescente disparità di reddito e di ricchezza in tutto il mondo. Nelle economie altamente industrializzate, come sono quelle dell’Unione europea, tale processo presenta alcune caratteristiche peculiari: la classe media continuerà a restringersi gradualmente nel corso dei prossimi decenni, i gruppi a basso reddito rimangono nelle stesse condizioni e i ricchi, in particolare i più ricchi, godono di sempre maggiori guadagni».

«L’aumento della povertà – prosegue il testo – in un combinato disposto con l’eccessiva concentrazione della ricchezza, è eticamente ingiusto e costituisce una minaccia per la coesione sociale e per l’ordine democratico. La necessità di integrare un gran numero di migranti costituisce un ulteriore sfida. Al fine di realizzare un cambiamento di direzione vi è la necessità di elaborare norme e regolamenti migliori in spirito di solidarietà generoso e universale. Farli rispettare a livello nazionale, europeo e internazionale è di pari importanza. Uno strumento fondamentale è la tassazione più equa delle multinazionali, del settore finanziario e dei super ricchi».

Nel giugno scorso, poi, la conferenza europea delle commissioni giustizia e pace, tornava sul tema, sullo sfondo anche lo scandalo dei cosiddetti «Panama papers». Il documento rilevava come negli ultimi mesi e anni, i media grazie anche al trafugamento di enormi quantità di documentazione riservata relativa ai patrimoni finanziari, abbiamo rivelato al mondo frodi fiscali di entità scioccanti e una sistematica e aggressiva evasione fiscale. L’esistenza di paradisi fiscali e le scappatoie offerte dalla legislazione di molti paesi, si afferma, sono all’origine di questo scandalo che potenzialmente può minare la vita democratica. In particolare, si spiega ancora, le multinazionali e gli individui molto ricchi hanno tratto profitto da questa situazione.

Fra le varie questioni sollevate, poi, si sottolinea la necessità di verificare il pagamento delle tasse da parte delle multinazionali non solo sul suolo europeo, ma anche al di fuori di esso. In tal senso si guarda positivamente alla decisione presa da Ecofin (il consiglio composto dai ministri dell’economia e della finanza di tutti gli Stati membri) di stilare una lista Ue dei Paesi e delle giurisdizioni non cooperative sul piano fiscale, ovvero una lista dei paradisi fiscali stilata dall’Unione. Infine va detto che, almeno in parte, le preoccupazioni della Comece stanno incontrando qualche risposta. L’Unione europea infatti sta pensando di rilanciare una proposta già nata nel 2011 e poi accantonata, quella di una base imponibile comune a tutti gli Stati membri che permetterebbe uniformità di trattamento fiscale per le multinazionali in Europa. Un modo per porre un argine a quella frammentazione di aliquote e di speculazioni di cui si avvantaggiano soprattutto i grandi gruppi multinazionali.

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