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Nigeria, quelle Clarisse stimate dai musulmani

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«Quando giungemmo in Nigeria, oltre 20 anni fa, moltissime persone cristiane e musulmane non riuscivano a capire cosa facessimo. Conoscevano le suore attivamente impegnate nell’educazione, nell’assistenza sanitaria, nel soccorso ai poveri, ma non avevano mai visto le claustrali, donne che spendevano la loro vita dedicandosi alla preghiera, a favore di tutti. Quando scoprirono la nostra vocazione e compresero il senso della vita contemplativa nacque un’intesa, una complicità fondata sulla preghiera, che non è mai venuta meno negli anni». Con queste parole inizia il suo racconto suor Francesca Federici, 70 anni, clarissa del monastero di santa Chiara che sorge a Ijebu Ode, città nel sud ovest della Nigeria, a circa 100 chilometri da Lagos. Situata al centro di una delle zone più povere del paese, un milione di abitanti equamente divisi tra musulmani e cristiani (l’8% dei quali sono cattolici).  

L’invito del vescovo convertito  

Le clarisse si stabilirono a Ijebu Ode su invito del vescovo della diocesi – un musulmano convertito al cattolicesimo – che desiderava fortemente una presenza orante fra la sua gente: nel 1995 arrivarono suor Francesca, proveniente dal monastero di Cortona, e due consorelle nigeriane del monastero di Siena. Per qualche tempo alloggiarono in una piccola abitazione messa a disposizione dal vescovo, ma in breve tempo si dovette provvedere alla costruzione di un monastero: «Avevamo bisogno di maggior spazio perché alcune ragazze avevano cominciato a frequentare la nostra casa, mostrando fede sincera e profondo interesse per la spiritualità del nostro Ordine. Nel volgere di un anno ammettemmo tre aspiranti, l’anno seguente quattro», racconta madre Francesca. Oggi la comunità è costituita da 18 clarisse e una postulante.  

La convivenza con i musulmani  

«Il popolo nigeriano ha una fede viva, nella quale la preghiera è dimensione irrinunciabile», prosegue madre Francesca. «Sia i cristiani che i musulmani sono abituati a vedere l’intervento di Dio in tutto ciò che accade loro e a levare suppliche, lodi e ringraziamenti con una frequenza e una intensità che forse in Occidente sono sconosciute. Sono convinta che il valore grande da loro attribuito alla preghiera, all’abbandono fiducioso a Dio, sia la ragione principale degli ottimi rapporti che noi clarisse abbiamo con la popolazione, anche con quella di fede islamica».  

L’intercessione  

In chiesa è stata collocata una cassettina nella quale le persone possono lasciare le loro intenzioni di preghiera: è sempre colma. «Anche i musulmani vi fanno ricorso poiché hanno compreso che la nostra è una vita consegnata alla comunione con Dio e all’intercessione», dice madre Francesca. «Ci chiedono spesso di pregare per loro: lo fanno i poliziotti per strada, le donne al mercato, i funzionari pubblici, nelle occasioni in cui dobbiamo uscire. Lo fanno le persone che ci danno una mano in monastero (come l’idraulico, il falegname, l’imbianchino) e coloro che vengono a bussare alla nostra porta in cerca di aiuto. Abitavamo a Ijebu Ode da pochi mesi quando un giorno giunse un signore musulmano. Ricordo ancora con commozione quell’incontro: voleva condividere il suo dolore per la morta della figlia. Parlammo a lungo e con le lacrime agli occhi ci domandò di pregare per lui e la sua famiglia. Capimmo che era nato un sentimento di vera fiducia tra noi e la popolazione. Dico spesso che la porta del monastero non è fatta per essere chiusa: è una soglia sulla quale noi sostiamo in attesa di raccogliere i lamenti, le gioie, le fatiche delle persone e portare tutto nel grembo di Dio». 

La forza della preghiera  

«La preghiera è molto importante nella mia vita, la ritengo più potente della spada», afferma Kehinde Okusanya, 73 anni, musulmano, sposato e padre di quattro figli, attualmente in pensione. «Le persone autenticamente credenti che appartengono a religioni diverse e cercano di vivere insieme in pace, grazie ai loro sforzi fondati sulla preghiera, potranno sradicare o ridurre significativamente le tensioni e i conflitti di carattere religioso nel mondo. Personalmente ho rapporti molto amichevoli e fecondi con i cristiani». E a proposito delle clarisse, che conosce e stima, dice: «Apprezzo molto la dedizione che manifestano giorno dopo giorno e credo nell’efficacia delle loro preghiere. Sono donne di Dio e di Gesù Cristo. Mi colpisce anche il loro impegno nelle attività che hanno avviato per mantenersi ed essere autosufficienti».  

I poveri  

Nel monastero le suore si dedicano alla preparazione delle ostie, al confezionamento di casule per i sacerdoti e di uniformi per le scuole, alla cura dell’orto e all’ospitalità nella piccola foresteria. Grazie a queste attività riescono a sostenersi e a condividere quel poco che hanno con i più bisognosi: «Noi cerchiamo di aiutare tutti», dice madre Francesca. «Purtroppo la povertà è molto diffusa, l’80% della popolazione nigeriana vive con meno di 2 euro al giorno». 

I rapporti in città  

In città la convivenza tra cristiani e musulmani è buona, racconta Kehinde: «Viviamo insieme come membri di una medesima famiglia, le relazioni sono molto cordiali. L’appartenenza religiosa non costituisce una barriera: io sono sposato con una donna cattolica molto devota. Alcuni dei miei amici più cari sono cristiani; lo è anche un mio nipote al quale mi unisce un saldo legame d’affetto».  

Osserva madre Francesca: «L’unione tra Kehinde, un uomo dall’animo generoso e gentile, e sua moglie, una donna di solida fede, non è un caso isolato: in questa zona della Nigeria i matrimoni interreligiosi sono piuttosto frequenti. Il fatto che nella stessa famiglia vivano fianco a fianco persone di fede diversa favorisce e incoraggia comprensione, rispetto e affetti veri tra cristiani e musulmani. Qui, ad esempio, è cosa abituale festeggiare le ricorrenze religiose e familiari tutti insieme, senza badare alla fede professata. E anche noi che restiamo in monastero siamo coinvolte: quando finisce il Ramadan i musulmani che lavorano presso di noi vengono sempre a portarci i piatti migliori che sono stati preparati per la festa».  

La situazione al Nord  

Purtroppo la Nigeria, conclude madre Francesca, è un paese diviso tra il Sud, dove la convivenza tra cristiani e islamici è generalmente serena e tranquilla, e il Nord, a maggioranza musulmana, dove Boko Haram imperversa seminando morte e distruzione. «Dopo 20 anni in questo paese ho imparato a conoscere l’Islam; i discorsi degli imam – che ho l’abitudine di ascoltare alla radio – fanno riferimento alla pace, alla fratellanza, al ripudio di qualsiasi forma di violenza. Boko Haram non ha nulla a che vedere con la religione islamica: si tratta di terroristi che colpiscono indiscriminatamente cristiani e musulmani. Tutta la popolazione è vittima di questa violenza brutale. Nel clima di paura e dolore che si vive al Nord non sono mancati gesti di grande solidarietà tra i cristiani e i musulmani colpiti: un segno buono che sostiene la speranza». 

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