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La differenza tra “avere pietà” e “provare dolore”

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Suely Buriasco - pubblicato il 31/08/16

La differenza che fa tutta la differenza!

Ho riflettuto molto sulla pietà e sulle sue manifestazioni – niente a che vedere con la “pena” o qualsiasi cosa del genere. Parlo della vera compassione, quel sentimento che ci avvicina gli uni agli altri perché ci sensibilizza nei confronti della sofferenza altrui.

La pietà è una facoltà intuitiva che ci porta a comprendere i sentimenti altrui senza giudizi o preconcetti. Non sceglie questa o quella persona per manifestarsi, perché è spontanea e naturale. Credo tuttavia che il suo sviluppo meriti più cura, perché ho visto che le persone sono molto distanti le une dalle altre. Mi starò sbagliando? Vorrei davvero che fosse così, perché alla fin fine che senso può avere la vita se diventiamo insensibili di fronte alle emozioni di chi ci circonda? È forse possibile star bene davanti a qualcuno che soffre?

Tutti hanno la propria dose di dolore, i giorni “no”, e non c’è alcun dubbio sul fatto che abbiamo bisogno gli uni degli altri per rafforzarci nella ricerca di giorni migliori.

E allora come si spiega l’atteggiamento di chi giudica le azioni altrui? “Raccoglie ciò che ha seminato”: che esclamazione triste! Capiamo che l’idea è vera, ovvero ciascuno raccoglie sempre quello che ha seminato, perché la Giustizia Divina è inesorabile, ma chi siamo noi per lanciare qualsiasi tipo di anatema nei confronti dei nostri simili? Non soffriamo anche noi le conseguenze delle nostre azioni? E vogliamo forse che ci rimproverino?

C’è anche la questione del tempo. Le persone sono sempre più occupate, e questo fa sì che sia più difficile dedicare un po’ di tempo al tentativo di alleviare il dolore altrui. Sarà vero? Non abbiamo il tempo di cercare aiuto, o anche qualcuno che ci ascolti, quando è alla nostra porta che si presenta l’afflizione? La vita è piena di sfide, di situazioni delicate che toccano i nostri sentimenti più intimi. Dobbiamo attenerci all’immensa responsabilità di convivere tra uguali, agendo con gli altri come vorremmo che agissero nei nostri confronti, e questo indipendentemente da chi sia la persona o da come si comporti con noi. Tutto quello che facciamo per accogliere e attenuare il dolore altrui si rifletterà in attenuanti del nostro dolore. Il bene porterà sempre al bene, e per questo chi ha pietà delle sofferenze altrui non sarà mai solo nella propria sofferenza.

La commiserazione sincera ci rende persone più grate e gentili, e di conseguenza più amate e realizzate. È bene pensarci!

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
compassionedolorepietà
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