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5 consigli per trattare i divorziati come farebbe Gesù

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È compito di tutti i fedeli mostrare sensibilità e comprensione verso gli altri

di Gabriel Salcedo

Il primo attributo di Dio è la misericordia. “È il nome di Dio”, ci ricorda Papa Francesco. La misericordia è più grande di qualsiasi errore noi possiamo commettere come esseri umani. E in quanto fondata sull’amore di Dio, si trasforma in infinita, senza limiti. Tuttavia abbiamo permesso al senso di colpa di tarparle le ali. Nella vita tutti possiamo sbagliarci e cadere, la cosa importante è rialzarsi. La misericordia ci esorta ad andare avanti; il senso di colpa invece ci blocca, e ci chiude la porta della misericordia.

La famiglia è la prima “scuola di misericordia”, e la Chiesa dovrebbe essere la seconda. Dovrebbe essere il luogo dove vengono aperte le porte, non dove vengono chiuse. Non smettiamo di essere figli se sbagliamo, se inciampiamo lungo il cammino o se siamo vittime degli errori altrui. Un figlio è tale per sempre. La casa e la Chiesa dovrebbero essere i luoghi a cui si può sempre tornare. Ma il ritorno potrebbe essere piacevole o meno in base al comportamento di chi ci accoglie.


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Nel Vangelo di San Luca viene raccontata una storia che mostra come Dio riceve i suoi figli che, dopo essersene andati, fanno ritorno a casa. Un giovane decise, consapevolmente, di lasciare suo padre, che in questo caso rappresenta i principi, i valori e le virtù della famiglia. Nel corso del suo cammino abbandonò, gradualmente, l’educazione ricevuta per anni. Andò lontano fino a raggiungere un “altro paese” e, dopo aver trascorso molto tempo in quella presunta “primavera di vita”, si fermò, rifletté e si rese conto di trovarsi lontano dal Padre.

Dopo questo esame di coscienza il figlio tornò a casa sua. Durante il tragitto ricordò, in cuor suo, tutti i momenti belli trascorsi con il Padre. E comprese di non essere la stessa persona che lasciò casa. Alcune cose erano cambiate, lo avevano fatto maturare e crescere, e gli avevano dato la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una sfida, forse più grande di tutte: riconquistare suo Padre. Non si sarebbe mai immaginato cosa sarebbe successo dopo. Percorse pensieroso il sentiero verso casa – su cui, dopo tanti anni senza essere battuto, crebbero le erbacce – lottando contro i dubbi, i timori e le incertezze. Era ansioso per l’incontro con suo Padre. Cosa avrebbero detto di lui a casa? Avrebbe ricevuto sguardi di condanna? Lo avrebbero rifiutato? Sarebbe stato giudicato per i suoi errori? Aveva il cuore a mille e i nervi tesi come le corde di un violino. Guardò indietro e si chiese se non sarebbe meglio tornare al suo lavoro di prima come guardiano di maiali.

Oggi la Chiesa rappresenta la Casa del Padre. È la Porta della Misericordia. Pertanto è prioritario che, come cristiani in un mondo sofferente, siamo la rappresentazione viva dell’amore del Padre. Che siamo donatori generosi di misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita” (Amoris Laetitia 297). È importante quindi rimarcare che il Padre non cambia mai, continua a essere lo stesso nei suoi principi, valori e virtù.

Iniziamo questo percorso di sensibilità e apertura compassionevole conoscendo alcuni aspetti di cui tener conto quando accogliamo i nostri fratelli nella comunione della fede. Questo articolo non vuole assolutamente promuovere il divorzio, ma semplicemente dare alcune linee guida su come trattare con carità i tanti fratelli che vivono in questa situazione.


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1. Gesù non giudica. Non farlo neanche tu

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Abbia dunque la Chiesa un’azione pastorale che ricevi tutti i suoi figli, non come una dogana che controlla i bagagli in cerca di qualcosa che non vada, ma come «la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (Amoris Laetitia 310). Proprio come il Padre amorevole, anche noi riceviamo tutti, così come sono, comprendendo quali sono le ferite che hanno i nostri fratelli.

Per questo motivo è compito pastorale di tutta la comunità di fedeli essere sensibili alla realtà che gli altri  stanno vivendo, con compassione ed mostrando apertura. Affinché possiamo capire il dolore dei nostri fratelli e trovare la maniera migliore per aiutarli.

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