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L'aereo di Padre Pepe atterra in Vaticano

Vatican Insider - pubblicato il 29/08/16

Giovedì 25 agosto un piccolo aereo ha attraversato piazza San Pietro puntando direttamente verso la residenza di Papa Francesco ad un tiro di sasso dai giardini vaticani. Lo pilotava il sacerdote argentino José Maria di Paola che ha poi consegnato il velivolo al suo ex-arcivescovo di Buenos Aires. Quest’ultimo non ha opposto resistenza e si è docilmente fatto fotografare con l’aeroplano in mano.

“E’ uno dei tanti giocattoli che i detenuti dell’unità carceraria n.46 di León Suárez hanno fabbricato per i bambini della villa” ha chiarito padre Pepe che per la seconda volta ha fatto visita al Papa argentino appena terminata la sua giornata al Meeting di Rimini. Una visita lunga, dove, tra un mate e l’altro, sono intercorse molte parole sul momento passato e presente della storia argentina. E come nel 2013 portò nella casa Santa Marta una valanga di lettere affidategli dalla gente delle villas questa volta ha introdotto il curioso aereo che le compunte guardie svizzere hanno visto passare sotto i loro occhi avvertite che si trattava di un “messaggio” innocuo per il Papa.Quale messaggio? E chi l’ha mandato?

Il piccolo velivolo in legno dipinto con i colori della Santa Sede è decollato dalle adiacenze di villa La Carcova, la baraccopoli nella cintura periferica di Buenos Aires dove il sacerdote villero vive da quasi quattro anni, ha attraversato l’Atlantico e dopo un volo di 13 mila chilometri è atterrato in piazza San Pietro. Il gruppo di detenuti che l’ha costruito si è dato come nome “Construyendo Sueños”, costruendo sogni, e ha chiesto che venisse recapitato al Papa come segno della speranza che ha infuso nelle loro vite di reclusi. “Si sentono molto identificati con il messaggio del Papa, hanno il suo ritratto in carcere e nei limiti consentiti dalla loro situazione seguono la missione che svolge nel mondo” assicura padre Pepe di Paola.

Il rapporto dei detenuto argentini con le bidonville di padre Pepe è iniziato nel 2013, allorché il sacerdote ha cominciato a visitare il carcere con un gruppo di collaboratori. Il rapporto ha poi creato altre prossimità ed altre frequentazioni, come quella di un gruppo di operatori dell’ “Hogar de Cristo Gauchito Gil” dove una quarantina di ragazzi cercano di sfuggire dalle grinfie della tossicodipendenza che nella villa di padre Pepe colpisce duramente e dove anche le sbarre del carcere non sono una barriera sufficiente perché tanti detenuti cadano nella rete del consumo e dello spaccio di droga. “Andiamo nel carcere a condividere esperienze, mate, qualche biscotto e molta volontà di amicizia offrendo ai carcerati la possibilità di avvicinarsi a Dio. L’obiettivo è quello che si formi una comunità tra chi è dentro e chi è fuori dove ci si aiuti a migliorare il futuro, anzi a rendere possibile un futuro anche a chi non sente di averlo”. Oltrepassando le mura del carcere i visitanti recitano con i reclusi una preghiera che coglie con semplicità il dilemma di un tossicodipendente e la sua domanda di aiuto: “Dio, concedimi la serenità per accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio per cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza per capire la differenza tra le prime e le seconde”.

Il gruppo di detenuti del carcere – alcuni hanno condanne pesanti – è impegnato da tempo in una falegnameria interna all’istituto penitenziario dove fabbrica mobilio per scuole, parrocchie, e mense popolari delle vicine favelas in forma gratuita. Padre Pepe e i suoi li appoggiano con la materia prima. “Gli procuriamo il legno, i chiodi, il mastice e loro mettono lavoro”. “Fanno miracoli” aggiunge il sacerdote che su loro richiesta ha consegnato nelle mani del Papa quel loro segno di libertà interiore e di speranza. “Al Papa l’aereo è piaciuto molto” ripete. “Gli ho raccontato la loro storia e di questi anni di collaborazione con noi; lui li ha incoraggiati a proseguire su quella strada, li ha ringraziati per questa loro iniziativa verso i bambini poveri che socialmente sono trattati di fatto come scarti e ha detto che auspicava che le autorità carcerarie li appoggiassero”.

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