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Il viaggio di Francesco tra i terremotati e le altre visite dei Papi

Vatican Insider - pubblicato il 29/08/16

«Appena possibile anch’io spero di venire a trovarvi, per portarvi di persona il conforto della fede , l’abbraccio di padre e fratello, e il sostegno della speranza cristiana», ha detto all’Angelus di domenica 28 agosto Papa Francesco, manifestando la sua vicinanza alle popolazioni terremotate del Lazio e delle Marche. Quell’«appena possibile» non è legato all’agenda del Papa, che sarebbe partito il giorno dopo la forte scossa, quanto alla situazione delle comunità che andrà a visitare: la sua presenza non deve infatti risultare d’intralcio al lavoro dei pompieri, della protezione civile, delle forze dell’ordine.

A sole 48 ore dal sisma che il 23 novembre 1980 colpì Campania e Basilicata provocando 2914 morti, 8848 feriti e 280mila sfollati, Giovanni Paolo II volle fare una visita lampo alle popolazioni più colpite. Arrivò in elicottero, si fermò a Balvano e al giornalista del Tg1 che gli disse: «Santità, qui la gente non prega più», dopo un attimo di silenzio, rispose serio: «No, qui la gente prega con la sofferenza». Nel suo saluto ricordò in particolare i tanti bambini morti mentre si trovavano nella chiesa del paese. Wojtyla anche i feriti nell’ospedale di Potenza, stringendo mani, accarezzando volti, abbracciando le persone, quindi si diresse ad Avellino.

Non mancarono stralci polemici per quella visita: il Papa arrivò quando c’era ancora gente viva sotto le macerie, i morti ancora a cielo aperto, la gente senz’acqua e senza luce. Ovviamente le popolazioni terremotate gradirono molto la sua presenza, ma ci fu chi disse che Giovanni Paolo II aveva intralciato i soccorsi e aveva impegnato le forze dell’ordine distraendole da altri compiti più urgenti. Anche per questo il blitz nell’immediatezza dell’evento catastrofico non si ripeterà.

Papa Wojtyla si recherà infatti ad abbracciare i terremotati dell’Umbria dopo il grave sisma del 26 settembre 1997, ma lo farà il 3 gennaio 1998. Anche Benedetto XVI attenderà 22 giorni prima di visitare l’Aquila devastata dal sisma del 6 aprile 2009, e 36 giorni prima di recarsi in Emilia, dopo il sisma del 20 maggio 2012. Visitando i terremotati dell’Aquila, Papa Ratzinger aveva invitato a ricostruire «case solide» e aveva chiesto alla comunità di fare un «serio esame di coscienza», perché «il livello delle responsabilità, in ogni momento, mai venga meno». Ad Onna dopo essere salito su una pedana aveva detto: «Vi sono stato accanto fin dal primo momento, ho seguito con apprensione le notizie condividendo il vostro sgomento e le vostre lacrime… Ora sono qui, tra voi: vorrei abbracciarvi con affetto uno ad uno. La Chiesa tutta è qui con me, accanto alle vostre sofferenze».

Le immagini che in questi giorni rimbalzano in TV e ci presentano i vescovi di Rieti e di Ascoli Piceno – Domenico Pompili e Giovanni D’Ercole – impegnati giorno e notte a fianco delle comunità colpite non deve far pensare che questa sia una novità degli ultimi tempi dovuta al pontificato di Francesco. Uno sguardo alla storia ci fa infatti riscoprire significativi esempi del passato, come quello legato al terremoto che colpì l’Umbria il 13 gennaio 1832, devastando Bevagna, Trevi, Montefalco e altre frazioni minori, quasi tutte nei confini della diocesi di Spoleto.

L’arcivescovo di allora si precipitò nelle zone colpite e profondamente commosso per quanto aveva visto diede fondo a tutto il denaro che aveva a disposizione. Dopo un primo giro nei paesi terremotati, il prelato era rientrato a Spoleto, l’unica città rimasta indenne. E qui aveva pubblicato un invito con il quale chiedeva ai fedeli di dare elemosine per aiutare le vittime. Quindi aveva ripreso un nuovo giro per i paesi, che sarebbe terminato il 26 febbraio 1832. A peggiorare la già tragica situazione delle popolazioni si aggiunse il flagello della grandine che colpisce Trevi e Montefalco. In questa occasione, con opportune richieste alle autorità romane, l’arcivescovo si adoperava perché gli sgravi fiscali concessi non  favorissero indistintamente possidenti e poveri, e i soldi delle tasse venissero raccolti per essere impiegati nell’aiuto a chi era effettivamente nel bisogno. Il suo impegno in prima persona nell’essere vicino e nel soccorrere materialmente e spiritualmente le vittime del terremoto e della grandine, resero quel vescovo popolarissimo in diocesi. Era Giovanni Maria Mastai Ferretti e quattordici anni dopo sarebbe stato eletto Papa con il nome di Pio IX. 

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