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Kosovo, un popolo “figlio” di Madre Teresa

Vatican Insider - pubblicato il 27/08/16

Un popolo che si affida alla figlia «santa». E che in qualche modo è anche “figlio” di quella stessa santa. In Kosovo la canonizzazione di Madre Teresa è vista come una «Grazia» in questo Anno della Misericordia. Sono stati pensati diversi appuntamenti di preghiera come racconta monsignor Dodë Gjergji, amministratore apostolico di Prizren (comprende tre vicariati: Prizren, Prishtina e Peja): «La figura di Madre Teresa è un mezzo ottimo per rafforzare il legame fra diversi popoli, religioni, culture e civiltà e sicuramente contribuirà alla riconciliazione».

Tra le manifestazioni, il 3 settembre la Basilica di San Paolo fuori le mura ospiterà il concerto classico dell’Inno di Madre Teresa. «Rappresenta – spiega monsignor Gjergji – tutta la realtà ecclesiale della nostra Regione, perché si farà in collaborazione con la Chiesa Cattolica dell’Albania, della Macedonia e del Montenegro. I 135 protagonisti (per la maggior parte non sono cristiani) si esibiscono gratuitamente, hanno origini albanesi e sono cantanti e musicisti noti nel mondo».

C’è, inoltre, un segno importante. Nel 2017 a Prishtina verrà consacrato il santuario di Madre Teresa. «La sua figura è amata e stimata da tutti, particolarmente dagli albanesi, indistintamente dallo Stato o dalla religione di appartenenza, prima per le radici, poi ancora di più per la vita e le opere a favore dei poveri. Abbiamo invitato Papa Francesco perché ci piacerebbe che, nel primo anniversario della canonizzazione, visitasse la Chiesa che ha fatto nascere questa figura». La visita del Papa prevede il 4 settembre la tappa alla chiesa di Skopje, città della nascita e del battesimo di Madre Teresa, e il 5 la consacrazione del santuario. L’idea è avere un luogo sacro per «superare diversi secoli di oppressione e distruzione (cinquecento anni di dominio turco-ottomano e cinquant’anni di ateismo). Il cristianesimo in queste aree martoriate ci ha donato la figura provvidenziale di Madre Teresa, che ha testimoniato in maniera stupenda e concreta la forza della fede e l’ispirazione dell’amore cristiano».

Nel tempo la realizzazione della Cattedrale ha subito non pochi intoppi. L’iter era iniziato nel 2002 con monsignor Mark Sopi, nel 2003 venne benedetta la pietra angolare, ma nel 2006, dopo la morte di Sopi e del presidente Rugova, tutto si bloccò. Solo nel 2007, a dieci anni dalla morte di Madre Teresa, partirono i lavori del santuario che è stato benedetto il 5 settembre del 2010, nel 100° anniversario dalla nascita. Ora restano da completare l’interno, le facciate, il secondo campanile e il sotterraneo da utilizzare come Centro culturale. Il tutto è stato possibile grazie all’apporto dei fedeli kosovari e dei figli della diaspora albanese. In prima linea anche la Chiesa italiana, quella tedesca, l’Aiuto alla Chiesa che soffre, la parrocchia Zoja e Shkodres di New York e gli emigrati in Svizzera.

L’edificazione va contestualizzata. «Durante il periodo del comunismo di Tito la religione – continua – era trattata come una questione privata, con una religiosità personale e famigliare che si basava sulla tradizione. Con la creazione dello stato del Kosovo, come anche dell’intera regione Balcanica, la situazione è mutata: oggi la religione ha più opportunità e nuove sfide».

L’integrazione dopo la guerra è complessa: da una parte c’è l’aspetto politico (albanesi e serbi), dall’altro quello religioso (cristiani e musulmani). «Le religioni hanno contribuito alla pacificazione puntando sulla collaborazione. Questo processo negli ultimi anni è migliorato grazie agli incontri abbastanza regolari dei responsabili delle comunità». La maggioranza della popolazione albanese è musulmana, ma c’è una presenza storica della Chiesa Cattolica (3%) e della Chiesa Ortodossa Serba (6%). «Le aspettative nei confronti della Chiesa sono tante, soprattutto per il ruolo storico che ha esercitato: unisce praticamente venti secoli, dall’inizio del cristianesimo fino ad oggi. Qui sono nati Madre Teresa Bojaxhiu e il patriarca ecumenico ortodosso Atenagora I». Le persone nutrono una grande stima nei confronti del cristianesimo o, come dicono da queste parti, della «nostra fede antica». E l’azione pastorale si muove lungo due direzioni: da una parte si cerca di «aiutare i nostri fedeli, che con il martirio e tanti sacrifici hanno dimostrato sempre la fedeltà verso la Chiesa e verso la Santa Sede, a passare dalla fede tradizionale a quella personale e comunitaria»; dall’altra continua «la rievangelizzazione tramite il ”battesimo culturale”, cioè il recupero del messaggio cristiano attraverso la cultura e la tradizione dei nostri antenati e il sostegno a chi ha riscoperto l’amore di Gesù perché possa accedere al fonte battesimale». 

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