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5 santi che erano notoriamente peccatori

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C’è ancora speranza per noi!

I santi, come ben sappiamo, non erano perfetti. Durante la loro vita hanno commesso degli errori e spesso, prima di convertire i loro cuori a Cristo, hanno condotto una vita pubblica fatta di depravazione.

È una buona notizia.

Perché ci da speranza sul fatto che persino i nostri cuori freddi, così distanti da Dio, possano volgersi a Lui e ricevere una nuova vita.

I santi ci sembrano sempre “troppo santi” per essere imitati, ma in realtà ci assomigliano molto più di quello che crediamo. Hanno lottato per superare le stesse dipendenze, sono caduti negli stessi peccati e cattive abitudini che oggi ci danno così tanto fastidio.

Rallegriamoci dunque, perché questi uomini e donne di santità – che però non sempre lo furono – hanno potuto superare, per la grazia di Dio, i grandi ostacoli della vita. E diventare illuminanti esempi di virtù.

(Per leggere altre storie di santi che sono stati dei peccatori, vi raccomando questo libro di di Thomas Craughwell).


LEGGI ANCHE: 11 consigli per ritrovare la pace spirituale dopo aver peccato


San Matteo

A nessuno piace pagare le tasse, e l’antica Israele non faceva eccezione. Durante il primo secolo i romani reclutavano dei privati per riscuotere i tributi, e questi collettori ne approfittavano per estorcere denaro alle persone e prendere più soldi possibile. Tutti li odiavano e la loro avidità era ben nota.

Ecco perché quando Gesù ha chiesto a Matteo di “seguirlo” molti sono rimasti scioccati e scandalizzati. Come poteva Gesù condividere il suo cibo con “collettori di tasse e peccatori”?

Matteo – diventato un uomo nuovo – andò dietro a Gesù e scrisse quello che ancora oggi conosciamo come il Vangelo di San Matteo.

San Disma

Non conosciamo molto del “buon ladrone” crocifisso insieme a Gesù, ma sappiamo che il crimine di Disma si pagava con la croce. Secondo uno studioso della Bibbia, “due delle [tipologie di criminali condannati alla crocifissione] più comuni era quella dei banditi e dei nemici dello Stato…

Tra i banditi veniva compreso anche lo schiavo che, fuggito dal padrone, aveva commesso un crimine. Se arrestato, questo schiavo poteva essere crocifisso.

C’erano due ragioni per cui questi criminali erano soggetti a una morte così artificiosa, lenta e umiliante.

La crocifissione rappresentava la pena ‘definitiva’ per il crimine commesso, ma soprattutto fungeva da ‘spettacolo’ per gli altri schiavi che stessero pensando di scappare o commettere un crimine. Un deterrente che mostrava cosa sarebbe potuto capitare loro”.

Nei suoi ultimi momenti di vita, Disma comprese la gravità dei suoi crimini e, dalla croce, difese Gesù dagli scherni del “cattivo ladrone”: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male» (Luca 23:40-41).

Gesù riconobbe la sincerità del suo pentimento, e disse: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso». In seguito a una vita di peccato, Disma meritò il perdono proprio appena prima di morire.

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