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Pacifico, sulla crisi dei migranti i governi ascoltano la Chiesa

Vatican Insider - pubblicato il 26/08/16

Il vescovo francescano Vincent Nguyen Van Long, la «questione degli immigrati» o quello che per molti è solo un «fenomeno della globalizzazione», l’ha vissuta sulla sua pelle: oggi guida le anime nella cittadina australiana di Parramatta, vicino Sydney, ma nel 1975 è fuggito dal Vietnam ed era tra i «boat people» che lasciarono il Sudest asiatico su imbarcazioni di fortuna, alla volta dell’Australia. E’ lui – che ogni giorno ricorda l’avventuroso viaggio tra le onde nel suo motto episcopale «Duc in altum», cioè «prendi il largo» – la voce principale dei vescovi australiani sulla questione dei migranti, così attuale nel Pacifico e da alcuni giorni tornata al centro dell’agenda politica. 

Non si è ancora spenta, infatti, l’eco fragorosa causata dallo «scandalo di Manus Island e Nauru», due isole territorialmente appartenenti alla vicina Papua Nuova Guinea ma dove il governo australiano – grazie a un astuto accordo politico di stampo neocoloniale – ha scelto di confinare, lontano da occhi indiscreti, migranti, rifugiati, richiedenti asilo e clandestini che cercano approdo sulle coste australiane o coloro che, scaduto il visto, restano nel paese da irregolari. 

Grazie ai leak pubblicati dal quotidiano inglese Guardian, sono emerse con chiarezza le prove del trattamento disumano riservato agli occupanti dei campi di detenzione che le Ong già da tempo chiamavano «campi di concentramento», «centri di crudeltà ritualizzata, schermata da regolamenti e dal silenzio».  

La mole di documenti messi on-line dal quotidiano britannico – oltre 2.000 rapporti redatti tra il 2013 al 2015 per un complesso di 8.000 pagine – mostra i traumi devastanti e i maltrattamenti inflitti ad adulti e bambini detenuti, abusi sessuali, pratiche spietate e bestiali, torture che generano perfino tentativi di suicidio.  

Il quadro terrificante di violazioni dei diritti elementari, la crudeltà istituzionalizzata e la conseguente ondata di indignazione nell’opinione pubblica ha avuto un effetto: nei giorni scorsi il governo australiano, d’accordo con quello della Papua Nuova Guinea, ha annunciato la chiusura dei campi di Manus Island e Nauru, pur senza specificare i tempi dello smantellamento e la destinazione dei circa duemila ospiti di quelle strutture.  

Da presidente della Commissione episcopale australiana per i migranti e i rifugiati, il vescovo Van Long ha detto: «Considero il momento critico in cui ci troviamo analogo all’esodo biblico con cui, da espatriato, ho una affinità personale. Da ex rifugiato, ho una speciale attenzione per gli emarginati e i reietti». Quanto mai convinto dell’urgenza di chiudere i capi di Manus Island e Nauru, il vescovo rimarca che «qualsiasi violazione del diritto e della dignità dei richiedenti asilo macchia la nostra coscienza e deturpa il futuro della nostra nazione». 

«In questo Anno della misericordia, vedendo molti migranti appena arrivati e altri rifugiati che cercano asilo in Australia, dobbiamo vivere una cultura dell’incontro, dell’accoglienza e della solidarietà, personale e comunitaria», continua Van Long in un messaggio diffuso per la Giornata dei migranti, che la Chiesa australiana celebra il 28 agosto.  

Punto di riferimento ineludibile è Papa Francesco, anche grazie a gesti concreti come la visita all’isola greca di Lesbo compiuta nell’aprile scorso, quando – ha ricordato il vescovo – «ha portato con lui dodici rifugiati siriani, musulmani, vittime della violenza e della dalla guerra». Sull’esempio del Pontefice, «siamo invitati ad aprire il cuore alle sofferenze degli altri, all’insegna della compassione che letteralmente significa ‘soffrire con’ ed è il segno distintivo del cristianesimo, tantopiù da riscoprire nell’anno giubilare della misericordia», scrive Van Long.  

Oggi la Chiesa australiana plaude alla preannunciata chiusura dei centri di detenzione e ribadisce che la strada dei respingimenti e del confino non è degna di un paese come l’Australia: «Spetta ai governi gestire i flussi migratori, ma l’attuale approccio dell’esecutivo australiano è divenuto moralmente ripugnante e dovrebbe cambiare», osserva Maurizio Pettena, prete australiano che dirige l’Ufficio per i migranti nella Conferenza episcopale.  

«Siamo contrari alla logica dei campi di detenzione a tempo indeterminato e a risposte politiche che non rispettano la dignità di persone bisognose: questo non è coerente con gli obblighi assunti dall’Australia, ai sensi della Convenzione Onu sui rifugiati del 1951», ha concluso. 

Oggi le strutture cattoliche del paese si offrono alle istituzioni per ospitare quei rifugiati che lasceranno Manus Island e Nauru. Per sostituire la crudeltà con la compassione.  

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