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I terremoti e la domanda di sempre: dov'è Dio nelle tragedie? Alcune risposte…

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 26/08/16

E così, confessa l’economista, «mentre cercavo, invano, di riprendere sonno, pensavo ai libri belli e tremendi di Giobbe e di Qohelet, che forse si capiscono di più durante notti così. Quei libri ci dicono che nessun Dio, nemmeno l’unico e vero Dio di Gesù Cristo, può controllare la terra, perché anche Lui, una volta che entra nella storia umana, è ‘vittima’ della misteriosa libertà della Sua creazione. L’Onnipotente e Onnisciente, che oggi guarda la terra delle tre A (Arquata, Accumoli, Amatrice), si fa le stesse nostre domande e può solo può gridare, tacere, piangere insieme a noi. Ci ricorda con le parole della Bibbia che tutto è vanità delle vanità: tutto è soffio, vento, nebbia, spreco, nulla, effimero. Vanità in ebraico si scrive Habel, la stessa parola di Abele, il fratello ucciso da Caino. Tutto è vanità, tutto è un infinito Abele: il mondo è pieno di vittime. Questo lo possiamo sapere. Lo sappiamo, lo dimentichiamo troppo spesso. Queste notti e questi giorni tremendi ce lo fanno ricordare. Ci spronano sulla via di salvezza».

3) MALE SCONNESSO DA COLPA PERSONALE

Il teologo Pasquale Lorizio osserva ad Aleteia (25 aprile): nel commentare questi episodi Gesù innanzitutto «esclude il nesso fra le vittime ed eventuali loro colpe personali: Dio non agisce come le SS, che quando subivano delle perdite operavano rappresaglie nelle quali coinvolgevano sia persone innocenti che persone eventualmente colpevoli», sentenzia il docente di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Lateranense. E tuttavia, ispirandoci alle Sacre Scritture, «non possiamo non rilevare in primo luogo che queste tragedie ci pongono di fronte alla fragilità nostra e del mondo in cui ci troviamo a vivere, ai limiti della natura e al tempo stesso alla sua potenza anche devastante. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che il male ha comunque a che fare col peccato, ma non con la colpa personale».

Si tratta del grande tema del dolore innocente, «che in particolare troviamo attestato nel libro di Giobbe, che, di fronte agli amici che gli contestavano una qualche sua colpa, per trovarsi nella sofferenza fisica e morale, protesta la propria innocenza e si rivolge al Signore per ricevere risposta alla domanda: perché mi accade tutto questo? E l’Eterno gli parla mettendolo di fronte al mistero della natura e invitandolo al silenzio di fronte a tale potenza». E l’esperienza stessa di Gesù di Nazareth, «che non ha alcuna colpa personale, eppure subisce la passione e la croce, ci dice che tale sofferenza non si può in alcun modo spiegare in termini punitivi».

4) LA FINITEZZA DELLA REALTA’

Anche il teologo Antonio Sabetta (Aleteia, 25 aprile 2015) esclude nessi tra l’operato di Dio e i terremoti. Vedere nelle catastrofi un segno della punizione divina «non ha fondamento nella fede, piuttosto ricaccia Dio nell’arbitrio più assoluto, spesso associato all’idea dell’impenetrabilità delle sue decisioni. Il male cosiddetto naturale – senza dimenticare le responsabilità dell’uomo nella devastazione della natura e nel provocare certe reazioni (penso all’intensificarsi di fenomeni dovuti all’inquinamento selvaggio e indiscriminato) – resta connesso alla finitezza della realtà che in quanto tale obbedisce a regole e leggi che Dio non intende modificare con puntuali interventi».

5) L’UOMO E LA NATURA

Papa Francesco, ricorda Uccronline.it (18 marzo), ci ricorda che Dio «non permette le tragedie per punire le colpe, e afferma che quelle povere vittime non erano affatto peggiori degli altri. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo – osserva il Papa – ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”?».

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