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I terremoti e la domanda di sempre: dov’è Dio nelle tragedie? Alcune risposte…

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Gelsomino Del Guercio - Aleteia - pubblicato il 26/08/16

Quando accadono disastri, come il terremoto che ha colpito il Centro Italia si sente dire spesso: Dio è tanto buono e misericordioso, perché permette tutto questo?

Noi proviamo a fornire 6 risposte utili a spiegarvi l’assenza di un nesso tra il volere divino e una catastrofe naturale.

1) DIO IN CROCE

Su Avvenire (31 luglio), il direttore Marco Tarquinio prova a rispondere all’ «eterna domanda» con una risposta di «speranza». Non un’accusa contro Dio, ma un modo per accogliere, come Gesù Cristo, la sofferenza e cercare la forza per reagire. «La risposta che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, dà con la sua croce: dolore appassionato e infinito, e infinita risurrezione – scrive Tarquinio -. Tutto questo ci riguarda. È una certezza di bene disarmata ed esplosiva, offerta gratuitamente e mai conquistata una volta per tutte, che non riesce sempre ad alleviare il peso dei giorni terribili e dei vertiginosi errori e orrori che costellano la vita dei popoli e delle nazioni, ma dentro il tempo diviso che sperimentiamo riaccende e rincuora, dà senso alla fatica e al cammino».

«Non smettiamo di patire per noi stessi, per la follia del sangue versato – prosegue Tarquinio – e per ogni innocente dolore, per lo scandalo immenso della bontà crocifissa o sgozzata, ma attraverso il Figlio inchiodato, Colui che si è fatto “responsabile” di tutto il nostro male, abbiamo la libertà di alzare gli occhi all’Altissimo e di partecipare alla riedificazione dell’umano in ogni singolo uomo e in ogni singola donna che fanno pace non solo nelle proprie esistenze, ma rompendo il recinto delle false sicurezze e delle verità deragliate e mistificanti del potere, della razza, della tecnoscienza e – come purtroppo continuiamo a vedere – della fede ridotta a strumento del male assoluto. Sì, la risposta è Dio in croce ed è la pietra rovesciata, la morte sconfitta. La ragione aiuta a capirlo, ma davvero non basterà mai se non impariamo a “vedere” che la risposta che è Cristo continua a scriversi con le cicatrici e i calli di chi sta e resta all’opera per corrispondere con gioia, qui e ora, al dono di una così provvidenziale, travolgente e immeritata certezza… Essere “matita nella mani di Dio”, ci ha spiegato Teresa di Calcutta. Non è mai facile, anzi spesso “è davvero dura”. Ma ne vale la pena».

2) IL TEMPO DELLA TERRA

Nel mondo, sostiene l’economista Luigino Bruni su Città Nuova (24 agosto), «c’è il nostro tempo gestito, addomesticato, costruito, usato per vivere. Ma al di sotto c’è un altro tempo: è il tempo della terra. Questo tempo non-umano, a volte disumano, comanda il tempo degli uomini, delle mamme, dei bambini. E pensavo che non siamo noi i padroni di questo tempo altro, più profondo, abissale, primitivo, che non segue il nostro passo, a volte è contro i passi di chi gli cammina sopra. E quando, in queste notti tremende, avvertiamo quel tempo diverso sul quale noi camminiamo e costruiamo la nostra casa, nasce tutta nuova la certezza di essere erba del campo, bagnata e nutrita dal cielo, ma anche inghiottita dalla terra».

La terra, sostiene Bruni, «quella vera e non quella romantica e ingenua delle ideologie, è assieme madre e matrigna. L’humus genera l’homo ma lo fa anche tornare polvere, a volte bene e nel momento propizio, ma altre volte male, troppo presto, con troppo dolore. L’umanesimo biblico lo sa molto bene, e per questo ha lottato molto contro i culti pagani dei popoli vicini che volevano fare della terra e della natura una divinità: la forza della terra ha sempre affascinato gli uomini che hanno cercare di comprarla con magia e sacrifici».

E così, confessa l’economista, «mentre cercavo, invano, di riprendere sonno, pensavo ai libri belli e tremendi di Giobbe e di Qohelet, che forse si capiscono di più durante notti così. Quei libri ci dicono che nessun Dio, nemmeno l’unico e vero Dio di Gesù Cristo, può controllare la terra, perché anche Lui, una volta che entra nella storia umana, è ‘vittima’ della misteriosa libertà della Sua creazione. L’Onnipotente e Onnisciente, che oggi guarda la terra delle tre A (Arquata, Accumoli, Amatrice), si fa le stesse nostre domande e può solo può gridare, tacere, piangere insieme a noi. Ci ricorda con le parole della Bibbia che tutto è vanità delle vanità: tutto è soffio, vento, nebbia, spreco, nulla, effimero. Vanità in ebraico si scrive Habel, la stessa parola di Abele, il fratello ucciso da Caino. Tutto è vanità, tutto è un infinito Abele: il mondo è pieno di vittime. Questo lo possiamo sapere. Lo sappiamo, lo dimentichiamo troppo spesso. Queste notti e questi giorni tremendi ce lo fanno ricordare. Ci spronano sulla via di salvezza».

3) MALE SCONNESSO DA COLPA PERSONALE

Il teologo Pasquale Lorizio osserva ad Aleteia (25 aprile): nel commentare questi episodi Gesù innanzitutto «esclude il nesso fra le vittime ed eventuali loro colpe personali: Dio non agisce come le SS, che quando subivano delle perdite operavano rappresaglie nelle quali coinvolgevano sia persone innocenti che persone eventualmente colpevoli», sentenzia il docente di Teologia Fondamentale della Pontificia Università Lateranense. E tuttavia, ispirandoci alle Sacre Scritture, «non possiamo non rilevare in primo luogo che queste tragedie ci pongono di fronte alla fragilità nostra e del mondo in cui ci troviamo a vivere, ai limiti della natura e al tempo stesso alla sua potenza anche devastante. Ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che il male ha comunque a che fare col peccato, ma non con la colpa personale».

Si tratta del grande tema del dolore innocente, «che in particolare troviamo attestato nel libro di Giobbe, che, di fronte agli amici che gli contestavano una qualche sua colpa, per trovarsi nella sofferenza fisica e morale, protesta la propria innocenza e si rivolge al Signore per ricevere risposta alla domanda: perché mi accade tutto questo? E l’Eterno gli parla mettendolo di fronte al mistero della natura e invitandolo al silenzio di fronte a tale potenza». E l’esperienza stessa di Gesù di Nazareth, «che non ha alcuna colpa personale, eppure subisce la passione e la croce, ci dice che tale sofferenza non si può in alcun modo spiegare in termini punitivi».

4) LA FINITEZZA DELLA REALTA’

Anche il teologo Antonio Sabetta (Aleteia, 25 aprile 2015) esclude nessi tra l’operato di Dio e i terremoti. Vedere nelle catastrofi un segno della punizione divina «non ha fondamento nella fede, piuttosto ricaccia Dio nell’arbitrio più assoluto, spesso associato all’idea dell’impenetrabilità delle sue decisioni. Il male cosiddetto naturale – senza dimenticare le responsabilità dell’uomo nella devastazione della natura e nel provocare certe reazioni (penso all’intensificarsi di fenomeni dovuti all’inquinamento selvaggio e indiscriminato) – resta connesso alla finitezza della realtà che in quanto tale obbedisce a regole e leggi che Dio non intende modificare con puntuali interventi».

5) L’UOMO E LA NATURA

Papa Francesco, ricorda Uccronline.it (18 marzo), ci ricorda che Dio «non permette le tragedie per punire le colpe, e afferma che quelle povere vittime non erano affatto peggiori degli altri. Piuttosto, Egli invita a ricavare da questi fatti dolorosi un ammonimento che riguarda tutti, perché tutti siamo peccatori; dice infatti a coloro che lo avevano interpellato: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Anche oggi, di fronte a certe disgrazie e ad eventi luttuosi, può venirci la tentazione di “scaricare” la responsabilità sulle vittime, o addirittura su Dio stesso. Ma il Vangelo – osserva il Papa – ci invita a riflettere: che idea di Dio ci siamo fatti? Siamo proprio convinti che Dio sia così, o quella non è piuttosto una nostra proiezione, un dio fatto “a nostra immagine e somiglianza”?».

Non è Dio il responsabile del male del mondo, ci dicono il Papa e il Vangelo. E nemmeno è colpa dei peccati dell’uomo. Lo stesso Gesù, scrive l’Unione Cristiani Cattolici Razionale, «lo ha spiegato: “Passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?. Rispose Gesù: Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9,1). Di chi è la responsabilità, allora? Dell’uomo, quando usa male la libertà che gli è stata donata, e lo fa quando è tentato dal Male, dal Maligno, che “ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente”, spiega il Papa. La responsabilità è anche della natura, poiché soggetta a leggi evolutive indipendenti le quali -spesso assieme al contributo umano (desertificazione, disboscamento, abusi edilizi, inquinamento ecc.)- provoca disastri ecologici, malattie e catastrofi».

La vera domanda allora è «perché Dio, buono e onnipotente, non interviene e permette il male? Il Creatore ci ha donato una libertà e una coscienza, abbiamo quindi tutti gli strumenti per scegliere il bene, eppure spesso scegliamo il male. Quello cristiano è un Dio che non impedisce o condiziona la libertà umana, sarebbe una violenza, ma rispetta le scelte della sua creatura, anche se da esse ne segue un male verso altri uomini».

6) LA PROSPETTIVA DELL’ETERNITA’

Per www.itresentieri.it (circolare 153) la comprensione di una catastrofe naturale è legata alla contemplazione del Crocifisso. «Capire quanto, nel Cristianesimo, Dio non si limita a consolare sulla sofferenza, ma Egli stesso ne fa vera esperienza. Dio poteva scegliere un’altra strada, ma ha scelto la sofferenza. E l’ha scelta non solo per le sue creature, ma anche per Sé. Egli stesso si è messo a capo e ha preso la Croce: “Chi vuol seguirmi, rinneghi se stesso (via purgativa), prenda la sua croce (via illuminativa) e mi segua (via unitiva)” (Matteo 16,24). Attenzione però: questo contemplare deve essere accompagnato anche da una spiegazione. L’intelligenza esige argomenti, e fin dove è possibile non si può trascurare questa esigenza. Non basta dire: dinanzi alla sofferenza si può solo far silenzio».

Qui entra in gioco, si legge, «la cosiddetta Teologia della Croce e viene chiamato in causa anche il fallimento dell’annuncio cristiano che si è imposto negli ultimi tempi. Bisogna infatti recuperare la prospettiva dell’eternità come prospettiva dominante, ovvero il fatto che il cristiano deve convincersi che questa vita è solo un passaggio ed una “preparazione” per ciò che sarà davvero la vera vita, quella del Paradiso che consisterà nel “possesso” di Dio. Insomma, guardare le cose sub species aeternitatis, cioè nella prospettiva dell’eternità. Dio, quando permette la sofferenza degli innocenti, è perché sa che quella sofferenza non solo è un’occasione per la salvezza propria e degli altri, ma è anche un “nulla” rispetto all’immensa gioia del Paradiso».

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