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«In carcere ho riabbracciato mio padre»

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Daniel Luiz da Silva racconta i suoi anni nelle celle di Apac, dove i detenuti hanno le chiavi

di Luca Rimmauro

«In carcere entri cattivo, esci spazzatura. Nelle Apac è l’opposto». Daniel Luiz da Silva, per dieci anni in una prigione tradizionale in Brasile e per più di tre in una Apac. Reclutato a sedici anni da una banda commette crimini di ogni genere. Oggi è un uomo nuovo ed è lui ad aiutare molti “recuperandi”. Ieri è intervenuto all’incontro “Dall’amore nessuno fugge. Carceri senza carcerieri”.

«Qui entra l’uomo, il delitto rimane fuori». Quanto è importante per voi questa frase che contraddistingue le Apac?

In prigione tutti vogliono sapere che crimine hai commesso e, a partire da ciò, ricevi un determinato trattamento. Nelle Apac è l’opposto, chi entra lì è un essere umano. I delitti restano fuori, anche se non li puoi dimenticare.

Quali differenze ha visto con le carceri tradizionali?

Il carcere è il ritratto della degradazione umana. Entri cattivo, esci spazzatura. Nelle Apac rinasci, sei valorizzato, capisci di essere importante.

Com’è il rapporto fra i detenuti nelle Apac?

Siamo come un gruppo di formiche. Abbiamo imparato che tutti hanno bisogno gli uni degli altri. E qual è il ruolo dei volontari? Accompagnare il percorso dei “recuperandi”, aiutarli negli ambiti di vita in cui non hanno mai ricevuto appoggio. Amare chi non è mai stato amato.

I detenuti hanno le chiavi delle celle e non sono sorvegliati. Perché nessuno evade?

Nel carcere tradizionale sei dietro a sbarre, controllato da guardie armate, nelle Apac sei ammanettato solo dal tuo cuore.

Esiste un episodio che ha segnato la sua esperienza nelle carceri Apac?

Si, quando ho visto mio padre per la prima volta dopo ventisette anni. Lui ha abbandonato la mia famiglia quando avevo solo sei mesi. Mia madre ebbe un crollo emotivo. Cercò di uccidere i propri figli, fu rinchiusa in manicomio lasciandoci soli. Abbiamo trascorso momenti tristi, tra fame e abbandono. Ho pregato tanto, desideravo conoscere mio padre. Quando l’ho incontrato, l’ho abbracciato, gli ho chiesto la benedizione e gli ho detto quanto mi fosse mancato. È stato indimenticabile.

Di cosa si occupa adesso?

Lavoro nella Fbac (fraternità brasiliana per l’assistenza ai condannati) dopo aver operato per quasi cinque anni all’interno di un carcere Apac. In questo impiego posso aiutare molte persone.

Che cosa pensa del titolo del Meeting?

In questi anni ho imparato che esperienze come quella dell’Apac sono necessarie per l’umanità. Così come le Apac sono un bene per il nostro popolo, anche tutte le esperienze vissute e raccontate al Meeting sono utili al mondo. Penso che questo incontro sia un pezzettino del cuore di Dio.

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