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Se questo jihadista è un uomo

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Padre Firas Lutfi è un francescano che vive ad Aleppo sotto le bombe: «Non esiste il cattivo ma l’infelice. Dobbiamo essere misericordiosi come Dio lo è con noi. Resto perché non posso allontanarmi dalla possibilità di fare del bene»

Una città teatro di guerra da cinque anni, senza acqua né elettricità. Aleppo, stretta nella morsa dei combattimenti tra milizie del dittatore siriano al Assad, Esercito siriano libero, islamisti, curdi e russi. È qui che tra bombe, missili e cecchini svolge la propria missione padre Firas Lutfi, francescano della Custodia di Terrasanta, che oggi alle 17 in B3 sarà tra i relatori dell’incontro “Sperare contro ogni speranza: lavorare per la pace in Medioriente”.

Com’è possibile guardare un jihadista come un bene per sé?

Innanzitutto è un essere umano. Non esiste il cattivo ma esiste l’infelice, cioè la persona che ha sbagliato scelte ma rimane fatta a immagine e somiglianza di Dio. Egli ci dice: «Siate misericordiosi come misericordioso è il Padre vostro». Per farlo devo vedere come è misericordioso con me il Signore: Egli mi ha amato, mi ha accolto così come sono a prescindere dal fatto che non riuscirò mai a ricambiarLo nella misura stessa con cui mi ha amato.

Quale esperienza fa del titolo del Meeting?

Ad Aleppo c’è tanto bene da raccontare. Sono germogli di bene la presenza della Chiesa accanto ai poveri, la distribuzione degli alimenti, la ricostruzione e tante iniziative di carità, sia materiali sia spirituali. Questa estate siamo riusciti a organizzare un campo estivo per 350 ragazzini, che hanno potuto cantare, ballare e nuotare in una piccola piscina. Più diamo più riceviamo una pace nell’anima, una compensazione divina.

Qual è la più grande tentazione di chi è rimasto?

Abbandonare il Paese, mentre noi li vogliamo aiutare a restare. È un bene per tutta la Chiesa che noi rimaniamo, perché da due millenni siamo i discendenti della comunità apostolica. Sentiamo la vocazione di rimanere lì con musulmani ed ebrei.

Che cosa la spinge a tornare ad Aleppo?

Non che cosa, ma Chi. Come diceva san Paolo «la carità di Cristo ci spinge» e io non me la sento di stare altrove. Un francescano non può scappare dalla possibilità di fare del bene agli altri. Con l’aiuto del Signore posso custodire il mio piccolo gregge con tutti i mezzi.

Come si può fondare il dialogo con i musulmani?

Il dialogo è indispensabile e la condizione perché avvenga è mantenere un’identità forte di chi sono io e di chi è l’altro. Siamo tutti esseri umani e sia io sia l’altro dobbiamo accoglierci nella diversità e rispettarla. Io devo cambiare qualcosa per accogliere l’altro e l’altro deve cambiare qualcosa per accogliere me, ma senza rinunciare all’essenziale, che è l’identità.

Come fa ad avere questa fede?

Ho toccato la presenza del Signore, sono stato amato fino in fondo e adesso sento la spinta a fare altrettanto, per essere strumento di misericordia. Sono qui anche per portare il grido della Siria. Se qualcuno può fare qualcosa, bisogna che lo faccia subito. «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio».

Come possiamo fare qualcosa per voi?

Anzitutto non chiudere il cuore: una volta che uno sa diventa responsabile. La prima cosa è la preghiera e poi perseverare nei gesti di solidarietà. Una coppia di sposi ha rinunciato a viaggio e regali per aiutare i cristiani che soffrono.

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