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Al Meeting Rimini, mostra di Acs sulle persecuzioni anticristiane

© Mohammed ABED / AFP
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Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) spiega il dramma della discriminazione anticristiana nel mondo

Al Meeting di Comunione e Liberazione in corso a Rimini un luogo che sta attirando attenzione e visite è la mostra sui cristiani perseguitati, curata da “Aiuto alla Chiesa che soffre”, la Fondazione di diritto pontificio che sostiene con numerose iniziative le comunità ecclesiali nel mondo.

Luca Collodi, ha incontrato Alessandro Monteduro, direttore di “Aiuto alla Chiesa che Soffre”, e gli ha chiesto quale risposta si possa dare al dramma della discriminazione anticristiana:

“Io ho l’orgoglio di rappresentare quella risposta con “Aiuto alla Chiesa che soffre”: quella risposta che spesso i governi non sono in grado di dare. Noi a Rimini, al Meeting, la stiamo rappresentando plasticamente. Per fare degli esempi: a chi ha ucciso il futuro dell’Africa – perché uccidere 149 studenti e studentesse cristiani a Garissa, in Kenya, significa uccidere il futuro dell’Africa – noi rispondiamo con gli 11 mila seminaristi che nel solo 2015 abbiamo formato. A chi uccide indiscriminatamente a Dacca, il 1 luglio 2016, 20 persone inermi, per il solo fatto di essere occidentali, noi rispondiamo con i genitori di Simona Monti, una delle dieci vittime italiane, ed erigeremo a 150 km da Dacca una chiesa, grazie al loro contributo. In Bangladesh, per i cristiani che soffrono la discriminazione in Bangladesh: a chi il 27 marzo 2016, la sera di Pasqua, ha ucciso 72 persone tra cui 30 bambini a Lahore, in Pakistan, noi rispondiamo con il nostro caposaldo, vale a dire la “Bibbia del fanciullo”, 52 milioni di copie dal 1979, 187 lingue, dialetti, idiomi diversi, distribuiti in tutto il mondo, anche in urdu, che è la lingua del Pakistan. A chi ha ucciso padre Jacques il 26 luglio, un mese fa, noi rispondiamo con questa campagna planetaria per la formazione di mille nuovi sacerdoti. All’orrore, noi rispondiamo con la speranza”.

Non è una novità nella storia, morire per una fede…

“Non è una novità. Nel corso della nostra mostra raccontiamo anche del XX secolo, per esempio. Si stima che nel XX secolo siamo state 45 milioni le vittime per ragioni di fede, i cristiani assassinati per ragioni di fede. Il punto è che oggi sembra che la persecuzione per ragioni di fede, anticristiana in particolare, sia figlia non solo di un fondamentalismo, ma di più fondamentalismi, e non solo dei fondamentalismi ma dei tanti regimi totalitari. Il punto è che è nei numeri che si dimostra che la persecuzione tende ad aumentare. Oggi, si stima che siano 200 milioni i cristiani nel mondo, quanto meno discriminati”.

Spesso si uccidono cristiani, ma si uccidono anche musulmani e rappresentanti di altre fedi religiose, non per un motivo religioso ma per altri motivi, spesso politici ed economici…

“Non è una guerra di religione. Per fare la guerra bisogna essere in due e noi non siamo in guerra con nessuno. Il Santo Padre lo ha straordinariamente rappresentato anche e soprattutto negli ultimi giorni. Tutt’al più, potremmo parlare di una guerra all’interno di una religione, perché è storica la separazione tra sciiti e sunniti ed è storica anche la loro diversa visione del futuro islamico nel mondo. No, non si uccide certamente per la fede. Chi colpisce al “Bataclan”, per fare un esempio, chi colpisce a Dacca colpisce gli occidentali identificandoli come “crociati”. Ma questa è la propaganda dell’estremismo islamico che noi dobbiamo rifiutare”.

Ci sono motivi economici per giustificare una persecuzione?

“Certamente sì: una visione folle, fanatica di un’ideologia religiosa spinta appunto all’estremismo e animata anche da ragioni economiche e di potere. Quello che ci interessa, tuttavia, è come dare un concreto aiuto non solo con la preghiera, non solo con la formazione e l’informazione, per esempio a quei 125 mila cristiani che ancora oggi sono in condizioni di enormi difficoltà nel Kurdistan iracheno e che non hanno ancora un alloggio definitivo e che sperano di poter rientrare a Mosul. Nessuno di loro ci chiede di venire in Europa: questo è un passaggio essenziale. A Erbil, nel mese di aprile, ne ho incontrati a centinaia. Nessuno di loro mi ha mai chiesto come raggiungere l’Europa. Tutti, a me, come agli altri componenti della delegazione di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, hanno chiesto: “Quando possiamo rientrare a Mosul?””.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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