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Madre Teresa e il piccolo Govindo: la grazia di un’adozione inaspettata

ROSLAN RAHMAN / AFP

Silvia Lucchetti - Aleteia - pubblicato il 20/08/16

«Ho varcato la soglia di Shishu Bhavan in totale inconsapevolezza. Non avevo nulla in testa salendo le scale che portano allo stanzone dove vivono, mangiano e dormono i bambini handicappati dell’orfanotrofio di Madre Teresa. Non sapevo neppure che il mio viaggio sarebbe cominciato proprio da quel reparto. (…) Lasciate le scarpe fuori dalla porta, a piedi nudi ho varcato la soglia del dolore bambino. Quello tenero e disperato, colmo di orrore e di dolcezza. Lo stanzone era in penombra, pieno di lettini con le sbarre di legno o di ferro. Sulla destra, per terra, c’era un bambino minuscolo. Aveva le braccia e le gambe incrociate in una postura quasi fetale, ferme come se uno spasmo le avesse inchiodate per sempre in quella posizione. Era steso sulla schiena e guardandomi cercava di sollevare la testa senza riuscirci. Sembrava volesse venire da me o chiedermi di chinarmi su di lui e di prenderlo in braccio. E anch’io ero paralizzata. Non riuscivo a rispondere all’invito di quel corpicino crocifisso, che nel primo impatto visivo mi impauriva e provocava in me (…) un senso di ripugnanza».

IL PIANTO E… “ADOPTION, ADOPTION”!

Nel cortile di Shishu Bhavan la giornalista piange disperatamente “con un paio di suorine che a distanza sorridevano tutte contente e incitavano: «Adoption, adoption»”. Una chiamata al marito piena di parole, sospiri, e condivisione: “«Fai quello che ti senti di fare. Per me va bene»”, le risponde Tommaso con grande amore e fiducia.

“IL SIGNORE LE CHIEDE QUALCOSA DI PIÙ: PRENDA UN BAMBINO HANDICAPPATO”

Quando Marina si presenta da sister Marjorie, responsabile delle adozioni, è convinta che il suo sia un comportamento da ammirare, la sua disponibilità ad adottare una buona azione, e invece…

«(…) sister Marjorie mi guardava dritta in faccia, «il Signore le chiede qualcosa di più. Prenda uno di quelli che nessuno vuole. Prenda un bambino handicappato». La mia risposta fu netta e immediata: «Mi dispiace, ma non è possibile. Io lavoro, ho già quattro figli, come potrei occuparmi di un bambino handicappato? (…) mi uscì fuori l’ennesima frase sbagliata: «Guardi non è proprio possibile. Non è per me, lo farei anche, l’avevo pure visto un bambino…» (…) «Andiamo, me lo faccia vedere», decise autoritaria la suora. (…)Sister Marjorie lo prese e me lo mise in braccio. (…) impiegai cinque secondi a restituire il bambino a una delle suore che erano nella stanza e a sparire (…)».

GOVINDO: UN LEGAME MISTERIOSO

Nonostante la fuga e la paura per la malattia degenerativa di Govindo che non cammina ed è ridotto a pelle e ossa, l’attrazione per lui è fortissima: è un legame incomprensibile ma già profondo.

«(…)Ricordo bene di essermi accorta con meraviglia che nessuno di quei visetti riusciva a colpirmi in modo particolare. Mi commuovevano, ma nessuno mi aveva stregata. Solo lui, che non piangeva e non si aggrappava ai miei vestiti, era misteriosamente riuscito a legarmi a sé».

A Calcutta Marina torna a parlare con Dio, sente la sua presenza in maniera potente: è scossa, travolta dalle emozioni, dalle lacrime, e dopo lunghi anni si riavvicina alla confessione e ai sacramenti grazie alla sua speciale amica e “fata madrina” sister Frederick.

«SE DIO CHIEDE QUALCOSA, DEVE ANCHE DARE LA FORZA PER FARLA».

Rientrata a Roma, nonostante le giuste obiezioni di parenti e amici rispetto al passo importante di adottare un bambino così gravemente malato, Marina e Tommaso d’accordo con i quattro figli decidono di adottare Govindo:

“(…)Mi faceva male sentire l’elenco dei disastri che sarebbero avvenuti nella mia vita e in quella della mia famiglia a causa dell’adozione. Ma capivo che era ragionevole e comprensibile proprio da parte di chi mi voleva bene tentare di farmi riflettere, di dissuadermi dal proposito. (…) Era una chance per me, prima di esserlo per Govindo. Era la possibilità di allargare il cuore e di dire, senza usare parole, ai miei figli che il cuore di ognuno può diventare grande, nonostante le sue miserie, i suoi difetti, le sue incapacità. Forse da adulti lo avrebbero ricordato. Sister Frederick mi aveva detto: «Se Dio chiede qualcosa, deve anche dare la forza per farla». Ripetevo dentro di me le sue parole e mi sentivo in debito nei confronti di questo bambino. In debito perché tornavo a pregare. In debito perché mio marito e io ci amavamo più di prima e in modo diverso da prima”.

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