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L’importanza di chiedersi: io credo? E in che cosa?

Pixabay.com/Public Domain/ © music4life
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Dio, l’amore, il male: la ricerca di senso

Fede e razionalità possono incontrarsi? La fede si fonda sulla ragione? E poi: che senso hanno sofferenza e morte? Cosa significa amare e amare i propri nemici?

È un libro pieno di domande quello del medico psichiatra Matteo Rampin, autore di “Fede nella ragione. Ragionamenti sul credere” (Marcianum Press), domande sul senso della vita, interrogativi che l’uomo si è posto fin dalla notte dei tempi. Nella premessa è lo stesso scrittore a raccontare l’origine del suo lavoro che nasce proprio da una domanda che spesso lo ha incalzato negli anni: «Lei è credente?».

LA DOMANDA: CREDO? NONOSTANTE TUTTO?

«Questa domanda mi è stata posta molte volte. (…)ogni volta, prima di rispondere, mi sono sorpreso a porre a me stesso una serie di altre domande. Che cosa significa, essere credente? In che cosa crede, oggi, chi crede in Dio? In che cosa crede, chi non ci crede? (…) Come si può credere, oggi? Come si può ancora credere, nonostante tutto quanto è accaduto nel Novecento e nonostante tutto quanto continua ad accadere?(…) Come medico psichiatra, la domanda mi è stata posta innumerevoli volte, in situazioni che non permettevano ambiguità o risposte di comodo: uomini e donne di ogni età, oppressi dalla sofferenza fisica e mentale, costretti a indossare una maschera che celasse la smorfia dell’angoscia, espulsi dalla società, costretti alla solitudine più profonda, crocifissi alla mancanza di senso, si sono chiesti assieme a me se questo loro vivere nella pena avesse un senso, un senso stabile, sicuro, assoluto, o se invece non fosse più ragionevole ritenere che tutto è casuale, non vi è alcun senso e si deve guardare la realtà senza altre aspettative che quelle permesse dal realismo».

LA RISPOSTA: NON SI PUÒ VIVERE PIENAMENTE SENZA UN RIFERIMENTO AL QUALE ISPIRARSI

«(…)Dopo le riflessioni che per lungo tempo mi hanno accompagnato, che ne è oggi della domanda “Lei crede?”. Ancora mi viene posta, ancora la pongo a me stesso. Avverto ancora la necessità di occuparmi della questione, perché constato che il bisogno di risposte certe riemerge sempre: esso affiora sia nella certezza che esiste un Assoluto, sia nella certezza che l’unica Verità Assoluta è quella scientifica, sia nell’assoluta certezza che non esiste alcuna verità e tutto è nulla. Oggi mi pare di poter rispondere alla domanda con una maggiore cognizione di causa. Mi pare che chi dichiara di non credere in Dio, crede necessariamente in qualcos’altro. È precisamente questo, il punto: non si può non credere in qualcosa, o meglio non si riesce a vivere consapevolmente – e perciò liberamente, e dunque pienamente –, senza un riferimento al quale guardare».

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