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“Dialogo è mettersi nei panni dell’altro, non stanchiamoci di testimoniarlo”

© Antoine Mekary / ALETEIA
© Antoine Mekary / ALETEIA
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«C’è una parola che non dobbiamo mai stancarci di ripetere e soprattutto di testimoniare: dialogo». Lo afferma il Papa in un messaggio, a firma del cardinale Pietro Parolin, inviato all’arcivescovo di Rimini Francesco Lambiasi in occasione del Meeting per l’amicizia fra i popoli di Comunione e Liberazione che si è aperto oggi a Rimini sul tema «Tu sei un bene per me». Un vero incontro, sottolinea Francesco, «implica la chiarezza della propria identità, ma al tempo stesso la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro per cogliere, al di sotto della superficie, ciò che agita il suo cuore, che cosa cerca veramente». E «di fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza dei popoli e delle nazioni» che caratterizzano il «cambiamento d’epoca» di questo frangente storico, «chi può pensare di salvarsi da solo e con le proprie forze?», si domanda il Pontefice.

Il titolo dell’incontro del 37esimo meeting di Rimini, «Tu sei un bene per me», «è coraggioso», scrive il Segretario di Stato vaticano a nome del Pontefice. «Infatti, ci vuole coraggio per affermare ciò, mentre tanti aspetti della realtà che ci circonda sembrano condurre in senso opposto. Troppe volte si cede alla tentazione di chiudersi nell’orizzonte ristretto dei propri interessi, così che gli altri diventano qualcosa di superfluo, o peggio ancora un fastidio, un ostacolo». Ma questo, sottolinea il messaggio papale, «non è conforme alla nostra natura: fin da bambini noi scopriamo la bellezza del legame fra gli esseri umani, impariamo ad incontrare l’altro, riconoscendolo e rispettandolo come interlocutore e come fratello, perché figlio del comune Padre che è nei cieli» mentre «l’individualismo allontana dalle persone, ne coglie soprattutto i limiti e i difetti, indebolendo il desiderio e la capacità di una convivenza in cui ciascuno possa essere libero e felice in compagnia degli altri con la ricchezza delle loro diversità».

In particolare, «di fronte alle minacce alla pace e alla sicurezza dei popoli e delle nazioni, siamo chiamati a prendere coscienza che è innanzitutto un’insicurezza esistenziale che ci fa avere paura dell’altro, come se fosse un nostro antagonista che ci toglie spazio vitale e oltrepassa i confini che ci siamo costruiti», afferma il Papa. «Di fronte al cambiamento d’epoca in cui tutti siamo coinvolti, chi può pensare di salvarsi da solo e con le proprie forze? È la presunzione che sta all’origine di ogni conflitto tra gli uomini».

Il cristiano «coltiva sempre un pensiero aperto verso l’altro, chiunque egli sia, perché non considera alcuna persona come perduta definitivamente», prosegue il Papa, che cita le figure evangeliche del figliol prodigo, di Zaccheo, «e perfino Giuda – sottolinea – proprio mentre lo consegnava ai suoi avversari, si è sentito chiamare “amico” da Gesù. C’è una parola – prosegue Francesco – che non dobbiamo mai stancarci di ripetere e soprattutto di testimoniare: dialogo. Scopriremo che aprirci agli altri non impoverisce il nostro sguardo, ma ci rende più ricchi perché ci fa riconoscere la verità dell’altro, l’importanza della sua esperienza e il retroterra di quello che dice, anche quando si nasconde dietro atteggiamenti e scelte che non condividiamo. Un vero incontro implica la chiarezza della propria identità, ma al tempo stesso la disponibilità a mettersi nei panni dell’altro per cogliere, al di sotto della superficie, ciò che agita il suo cuore, che cosa cerca veramente. In questo modo può iniziare quel dialogo che fa avanzare nel cammino verso nuove sintesi che arricchiscono l’uno e l’altro. Questa è la sfida davanti alla quale si trovano tutti gli uomini di buona volontà».

«Tanti sconvolgimenti di cui spesso ci sentiamo testimoni impotenti – afferma il Papa – sono, in realtà, un invito misterioso a ritrovare i fondamenti della comunione tra gli uomini per un nuovo inizio. Di fronte a tutto questo, noi discepoli di Gesù quale contributo possiamo dare?». Il card. Parolin cita un passaggio del discorso pronunciato dal Papa in occasione del conferimento del premio Carlo magno, per sottolineare che «l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante» e sottolineare che il Papa «incoraggia i partecipanti al Meeting a porre ogni attenzione alla personale testimonianza creativa, nella consapevolezza che ciò che attrae, ciò che conquista e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti, ma la mitezza tenace dell’amore misericordioso del Padre, che ognuno può attingere dalla sorgente di grazia che Dio offre nei Sacramenti, specialmente l’Eucaristia e la Penitenza, per poi donarlo ai fratelli». Il messaggio papale si conclude con una citazione del libro «Generare tracce nella storia del mondo» nel quale don Luigi Giussani affermava: «Lo sguardo cristiano vibra di un impeto che lo rende capace di esaltare tutto il bene che c’è in tutto ciò che si incontra, in quanto glielo fa riconoscere partecipe di quel disegno la cui attuazione sarà compiuta nell’eternità e che in Cristo ci è stato rivelato».

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