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“Non ce la faccio…”: il lamento di un uomo che deve assistere il prossimo

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Un’esortazione maschile a risolvere l’insolvibile diventa un confronto con la Croce

Scrivendo per For Her di Aleteia, Catherine Kauder ha offerto nove suggerimenti su cosa può fare chi si prende cura di qualcuno per prendersi una pausa da un lavoro estremamente esigente che mette alla prova la forza fisica, emotiva e spirituale. Le sue idee sono pratiche e utili, e vanno al punto.

C’è solo un appunto da fare: le proposte della Kauder, come ci si aspetterebbe in un articolo scritto per le donne, sono rivolte a queste ultime, ma il 44% dei 54 milioni di americani che assistono familiari o amici anziani, disabili o malati cronici è costituito da uomini.

Io sono uno di loro.

Gran parte di quello che dice la Kauder – pregare, meditare o leggere per dare un attimo di tregua alla propria mente, accettare offerte da parte di amici e vicini per fare commissioni o dare una mano in altro modo, fare un po’ di esercizio e così via – va bene per entrambi i sessi, ma qui come in altre aree della vita bisogna anche riconoscere le reali differenze tra i sessi.

Una differenza che riguarda gli assistenti uomini risiede nel fatto che per formazione o geni gli uomini tendono a risolvere i problemi. Ciò non vuol dire che non lo facciano anche le donne – ovviamente lo fanno. La differenza riguarda l’approccio, la metodologia.

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