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Testimonianze olimpiche. 7 storie per commuoversi

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2. Terminare sì o sì

La maratoneta svizzera Gabriela Andersen ha dimostrato perfettamente lo spirito olimpico quando nel 1984 , sotto 30ºC a Los Angeles (Stati Uniti), ha fatto alzare uno stadio intero per accoglierla con un’ovazione.

Non ha vinto, ma ha dimostrato determinazione e perseveranza. È arrivata allo stadio disidratata, spaventata e con la metà del corpo paralizzata. L’organizzazione si è mobilitata rapidamente per offrirle aiuto al suo arrivo allo stadio, ma lei sapeva che se ne avesse usufruito sarebbe stata squalificata, per cui, senza accettare l’ausilio che le era stato offerto, è arrivata al traguardo seppure tra enormi difficoltà.

Anni dopo ha detto: “Era la mia unica opportunità di terminare una maratona in uno stadio olimpico”.

La testimonianza di Gabriela ci interpella. Quando tutto ci crolla addosso, siamo disposti ad andare avanti e a terminare la corsa?


3. Contro ogni pronostico e ogni resoconto medico

Se una persona soffre di gravi malattie nell’infanzia, ha poche possibilità di battere qualche record a livello di impegno fisico. Non è il caso di Wilma Rudolph, 20ma di 22 fratelli e che da bambina ha sofferto di varie malattie gravi, tra le quali la poliomielite, che l’ha fatta rimanere vari anni con una gamba paralizzata quando era piccola.

Nei Giochi olimpici di Roma del 1960 ha vinto 3 medaglie d’oro per gli Stati Uniti nei 100 metri, 200 metri e nella staffetta, e nel 1961 ha battuto il record del mondo dei 100 metri. Questi trionfi le hanno fatto guadagnare il soprannome “Gazzella Nera”.

Sicuramente vi hanno detto molte volte che non potete fare qualcosa. Vi viene voglia di seguire l’esempio di Wilma e di perseverare contro ogni pronostico?


4. Per dare un buon esempio

Con due costole fratturate e l’influenza, il peruviano Roberto Carcelén ha partecipato alla gara di sci di fondo ai Giochi Olimpici Invernali di Sochi nel 2014. Dieci giorni prima della gara si era procurato delle lesioni in Austria, per cui pochi si sono spiegati perché corresse se non aveva alcuna possibilità di ottenere un buon risultato. Ha infatti impiegato il doppio del tempo del vincitore. L’atleta ha risposto: “Mi è costato molto respirare, ho provato molto dolore, ma siamo qui, ho fatto quello che avevo promesso e magari servirà da esempio”.

Roberto ci insegna qualcosa di grande e ci invita a riflettere: facciamo le cose perché ne trarremo profitto o perché è davvero la cosa giusta da fare?

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