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Pokemon Go, l’altra faccia del fenomeno

KeongDaGreat/Shutterstock

don Marco Sanavio - pubblicato il 09/08/16

Pokemon Go? Un’attività ludica che ha preso un po’ troppo la mano, certo, ma non esageriamo. Tra le diverse opinioni lette in queste ultime settimane sul fenomeno del momento vorrei esprimere una mia personale valutazione su alcune dinamiche legate al gioco, più che al prodotto stesso che, senza dubbio, fa parte di un’operazione commerciale confezionata con grande abilità.

Parto da quanto ho visto alla Giornata mondiale della gioventù del luglio 2016, ovvero centinaia di giovani legati agli schermi digitali tanto dalle app destinate alla riflessione e alla preghiera quanto alla caccia dei Pokemon che, nella zona di Cracovia, sembrano essersi rivelati particolarmente abbondanti.

Un fenomeno totalizzante? A quanto ho visto io non direi, lo definirei piuttosto un’attività “magnetica” che ha saputo calamitare attenzione e sguardo per molti minuti sui dispositivi mobili che ciascuno portava con sé ma che sapeva anche dosare nei tempi e nei modi. Infatti per quanto fascino potesse esercitare questa attività ludica mi è apparso, con sufficiente chiarezza, che i giovani radunati a Cracovia per vivere un’intensa esperienza spirituale abbiano saputo dosare con sapienza i tempi del gioco, a cui attribuire valore relativo, con quelli dedicati ai rapporti umani, alla riflessione e alla preghiera.

Ecco alcune dinamiche, legate a questo gioco, che mi sembrano interessanti:

Innanzitutto come funziona Pokemon Go? Si tratta di un’applicazione per dispositivi mobili sviluppata da Niantic che consente, inquadrando scene dei nostri spostamenti quotidiani, di vederci sovrapposte delle creaturine definite Pokemon, da catturare, tramite il lancio di palline che le ingabbiano, definite Pokeball. Lo scopo, come nell’analogo gioco di figurine nato negli anni ’90, è quello di collezionare tutte le diverse tipologie di creaturine fantastiche. I Pokemon catturati si possono far evolvere tramite nutrimento o allenamento, che si ottengono rispettivamente catturando altre creaturine o inserendoli in “palestre” disseminate sul territorio.

La REALTÀ AUMENTATA. Si tratta di poter sovrapporre dati significativi alla realtà che già vediamo ogni giorno. È una tecnologia che può essere utilizzata per musei, informazioni turistiche, scientifiche, social network. In pratica inquadrando con il proprio smartphone una scena della propria esperienza di ogni giorno si possono visualizzare informazioni aggiuntive, ovvero un “di più” rispetto alla realtà che vediamo con i soli occhi. Questo potrebbe aiutare, ad esempio, i formatori cristiani a far comprendere ai più giovani che c’è un “di più” rispetto alla realtà percepita dallo sguardo, che esiste e può essere percorsa una dimensione spirituale, sacramentale, una vita abitata anche da altre presenze non percepite dai sensi.

La RICERCA. Si tratta, da sempre, di una dinamica legata anche ai percorsi di fede. Cercare significa non ritenersi autosufficienti, è segno di un bisogno di completamento, di apertura all’altro e a nuove esperienze. Chi cerca i piccoli mostriciattoli da catturare mette in moto il suo desiderio di progresso verso sfide sempre più esigenti. Il che non è male se può allenare ad una dinamica simile nella vita. La ricerca è una delle dinamiche che possono attivare significativamente un percorso di fede, ad esempio, e che può rivelarsi tanto più utile quanto meno si adagia su presunti risultati ottenuti, sul “già visto e già sperimentato”.

L’EVOLUZIONE. I Pokemon catturati possono evolvere attraverso due vie: il nutrimento e l’allenamento, termini che non stonano affatto se accostati a percorsi legati alla dimensione religiosa. Non è raro infatti sentire le espressioni “nutrire la propria fede”, “palestra di fede”, perché riconosciamo che nel percorso ci può essere, o meglio ci dovrebbe essere, un’evoluzione. La staticità, il rimanere ancorati a piccoli schemi appresi nel passato è un potenziale rischio, mentre l’evoluzione rappresenta, anche dal punto di vista spirituale, un beneficio riconosciuto.

L’”ANTI DIVANO”. Se gran parte della videoludica ha legato i giocatori al divano, va giustamente rilevato che Pokemon Go costringe a percorrere chilometri all’aperto alla caccia delle strane creaturine. Camminare con lo sguardo fisso sullo schermo è pericoloso, certo, ma almeno mette in moto un po’ di muscoli.

Sia ben chiaro che questo non è un tentativo di santificare, ammaestrare o sdoganare un gioco che rimane tale e quale anche dopo queste considerazioni. Come ogni fenomeno simile è probabile che, dopo un livello di picco, si assesti in una dimensione meno invasiva. Vanno rilevati anche i rischi connessi a questo percorso che sono, a mio parere, principalmente: la quantità di tempo e attenzione dedicate a questa attività ludica, l’invasione della privacy (l’app ha accesso a nostri dati personali e alla posizione georeferenziata propria e di amici), la pericolosità legata alla ricerca su strada mentre si è concentrati sullo schermo.

Pokemon Go ha il potere di estraniare dalla realtà tanto quanto ogni altra attività che ci coinvolge nel mondo digitale. Quindi, preso atto dell’intensità attuale del fenomeno, suggerirei di non esagerare nell’attribuirgli troppa importanza.


LEGGI ANCHE –  Mons. Staglianò: «Ci vedo qualcosa di diabolico in Pokemon Go»


——–

Don Marco Sanavio è direttore dell’Ufficio Comunicazione della diocesi di Padova

Tags:
pokemontecnologiavideogiochi
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