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Ci voleva un musulmano a smascherare la Cirinnà

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Dopo le unioni gay, perché non dovrebbe essere un diritto anche la poligamia?

Se love is love perché tale love dovrebbe essere rinchiuso nelle angustie pareti di un legame di coppia e non potrebbe invece aprirsi agli infiniti spazi celesti del pluralismo amoroso? Chi ama tanto il pluralismo dovrebbe plaudere alla poligamia. Così come gli antiproibizionisti dell’amore. Se domandiamo con fare retorico e con acredine «Chi lo dice che due persone omosessuali non possono amarsi?», non possiamo che domandare con identico spirito «Chi lo dice che tre persone non possono amarsi?». Se l’amore – dato che per definizione è cieco (quindi handicappato) – non conosce distinzione di sesso, perché dovrebbe conoscere distinzione numerica? Se l’”amore” di due persone omosessuali vale come quelle di due eterosessuali, quello di quattro persone vale doppio. La matematica anche negli affari di cuore non è un’opinione.

Si tira in ballo poi la Costituzione dichiarando che la poligamia è incostituzionale. Ma anche le unioni civili sono illegittime dal punto di vista costituzionale, dato che per il nostro ordinamento l’unica relazione a due che possa venire riconosciuta giuridicamente è quella matrimoniale eterosessuale. Eppure sono diventate legge. E poi, si sa, le leggi anche quelle costituzionali mutano. Vedi prossimo referendum. E mutano perché mutano i costumi. É ciò che fino allo sfinimento tutti i sostenitori delle “nozze” gay ci hanno ripetuto: la società è cambiata, non siamo più nel Medioevo e quindi le leggi devono prendere atto di questi mutamenti sociali. Da ciò consegue che, se i musulmani stanno crescendo numericamente nella società italiana, i loro usi e costumi dovranno prima o poi ricevere riconoscimento giuridico, pena la discriminazione di questa comunità.

Nella caduta a cascata dei paradossi innescati dalla legge Cirinnà, c’è posto pure per la rivendicazione dei possibili effetti positivi della poligamia per tutta la società: «Non si sottovaluti l’azione demografica della poligamia», spiega Piccardo, «che riequilibrerebbe in parte il calo e la conseguente necessità di mano d’opera straniera, con le reazioni che conosciamo». Che dire poi del vulnus alle nostre radici che porterebbe la legalizzazione della poligamia? Le stesse cose che si potrebbero dire in merito alle unioni civili. I fiori d’arancio gay stanno alle radici cristiane della nostra cultura come i divorziati risposati stanno alla comunione (ma forse il paragone non è più attuale).

Anche la critica in merito al fatto che la poligamia discrimina le donne è facile da smontare usando le stesse armi di chi si straccia le vesti per le esternazioni di Piccardo. Il principio supremo della contemporaneità non è l’autodeterminazione? Il libero arbitrio? La libertà? Quella stessa “libertà” che, tutelata dalla 194, ha portato in Italia decine di milioni di donne di abortire? Quella stessa “libertà” che ha permesso alle coppie italiane grazie alla legge 40 di produrre in provetta e uccidere un’infinita moltitudine di bambini? La stessa “libertà” che è fondamento delle volontà di due persone omosessuali di unirsi civilmente e che, a breve, aprirà la strada italica all’eutanasia?

Ebbene che si riconosca identica “libertà” anche alla donna che – come ricorda Piccardo – vuole in piena coscienza e consapevolezza “sposare” un uomo che ha già altre mogli. Vietarlo sarebbe un oltraggio alla sua autonomia come donna, nonché alla sua intelligenza. C’è poi un altro motivo per dire che le donne con la poligamia non diventeranno cittadine di serie B: basterà legittimare anche la poliandria. Senza tacer del fatto che anche i gay ne beneficeranno dato che, facendo sposare la legge sulle unioni civili con quella sulla poligamia, anche gli omosessuali potranno convolare a “nozze” con più persone. E queste potranno essere omosessuali anch’esse, oppure etero, sia uomini che donne. Un’unione civile all’ennesima potenza. Non possono che esultare i sostenitori dell’amore libero, liquido, poliforme, senza limiti e senza barriere, assolutamente fantasioso e carnascialesco.

Anche il cattolico modernista, progressista e liberale non può che essere a favore della poligamia.Infatti, quest’ultima, seppur in filigrana, è già presente da un bel pezzo nel nostro ordinamento. Le abbiamo solo cambiato nome, infatti si chiama divorzio. Il divorziato risposato – nella prospettiva cattolica – a ben guardare è legato almeno a due mogli. L’una vera, la prima, sposata davanti a Dio ed una posticcia, la seconda, vestita di soli abiti civili. É già un inizio promettente di poligamia, non trovate?

Infine, sempre nell’orizzonte aperto dalle unioni civili, i musulmani avrebbero più diritto degli omosessuali di vedersi legalizzata la poligamia. Tale costume è di antichissima memoria, disciplinato giuridicamente dall’Islam, assai diffuso in tutto il mondo, così come ricorda ancora il puntuale Piccardo: «Noi chiediamo la poligamia secondo la Rivelazione e tradizione». Insomma c’erano prima gli islamici che i gay. In sintesi. La poligamia sarebbe l’effetto naturale della legge Cirinnà la quale è costruita attorno ai seguenti principi che portano dritti dritti a legalizzare anche il poli-matrimonio: l’affetto, la libertà e il divieto di discriminazione. Perché ingoiato il cammello ora si filtra il moscerino?

Qui l’articolo originale

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