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Il Papa: “Non è giusto dire che l’islam sia terrorista”

Andrea Tornielli - Vatican Insider - pubblicato il 01/08/16

Santità, la repressione in Turchia dopo il golpe forse è peggiore del colpo di stato: militari, giudici, diplomatici, giornalisti. Più di 13mila arrestati, oltre 50mila persone silurate. Una purga. L’altroieri il presidente Erdogan ha detto a chi lo criticava: pensate agli affari vostri! Vogliamo chiederle: perché finora non ha parlato di questo? Teme ripercussioni sulla minoranza cattolica?

«Quando ho dovuto dire qualcosa che non piaceva alla Turchia ma della quale ero sicuro, l’ho detta, con le conseguenze che voi conoscete – ha risposto il Papa con un evidente riferimento alle sue parole sul genocidio armeno – Ma ero sicuro. Non ho parlato finora perché non sono ancora sicuro, con le informazioni ricevute, su che cosa stia succedendo lì. Ascolto le informazioni che arrivano in Segreteria di Stato, e quelle di qualche analista politico importante. Sto studiando la situazione con la Segreteria di Stato e la cosa ancora non è chiara. E’ vero, sempre si deve evitare il male ai cattolici. Ma non al prezzo della verità. C’è la virtù della prudenza, ma nel caso mio voi siete testimoni che quando ho dovuto dire qualcosa che toccava la Turchia, l’ho detta».

Come sta dopo la caduta che le abbiamo visto fare a Czestochowa?

«Guardavo la Madonna e mi sono dimenticato dello scalino! Ero col turibolo in mano e quando ho sentito che cadevo, mi sono lasciato andare e questo mi ha salvato. Se avessi opposto resistenza, avrei avuto delle conseguenze. Invece è andato tutto bene».

Nel suo primo discorso al Wawel subito dopo il suo arrivo in Polonia lei ha detto che inizia a conoscere l’Europa centro-orientale partendo da questo paese. Come le è sembrato?

«Era una Polonia speciale, perché era invasa ancora una volta, ma dai giovani! Cracovia l’ho vista tanto bella, la gente polacca tanto entusiasta. Questa sera, con tutta questa pioggia, c’era tanta gente per strada, non solo giovani ma anche le vecchiette. Avevo una conoscenza dei polacchi da quando ero bambino, perché dove lavorava papà sono arrivati dei polacchi. Erano buoni e ho ritrovato questa bontà».

I nostri figli giovani sono rimasti commossi dalle sue parole che corrispondono bene al loro linguaggio giovanile. Come si è preparato con esempi così vicini alla loro vita?

«A me piace parlare con i giovani e mi piace ascoltare i giovani. Loro mi mettono sempre in difficoltà perché mi dicono cose che non ho pensato o che ho pensato a metà. Giovani inquieti, creativi… e da lì prendo questo linguaggio. Tante volte devo domandare che cosa significano alcune espressioni. Il nostro futuro sono loro, e dobbiamo fare il dialogo tra passato e futuro. Per questo io sottolineo tanto l’importanza del dialogo tra i giovani e i nonni, perché possiamo dare anche la nostra esperienza: che loro sentano il passato, la storia, che la riprendano e la portino avanti con il coraggio del presente. E’ importante. A me non piace quando sento dire: questi giovani dicono stupidaggini! Anche noi ne diciamo tante. Loro dicono stupidaggini e dicono cose buone, come noi, come tutti. Noi dobbiamo imparare da loro e loro da noi. E così si cresce senza chiusure e senza censure».

C’è una domanda che molti pongono in questi giorni: la polizia australiana indaga su nuove accuse contro il cardinale George Pell. Questa volta si tratta di accuse di abusi su minori. Secondo lei qual è la cosa giusta da fare da parte del cardinale?

«Le prime notizie arrivate erano confuse. Erano notizie di 40 anni fa e neppure la polizia ci aveva fatto caso in un primo momento. Poi tutte le denunce sono state presentate e in questo momento sono nelle mani della giustizia. Non si deve giudicare prima che lo faccia la giustizia. Se io dessi un giudizio a favore o contro, non sarebbe buono perché giudicherei prima. E’ vero, c’è il dubbio. E c’è quel principio chiaro del diritto: in dubio pro reo. Dobbiamo aspettare il corso della giustizia e non fare prima un giudizio mediatico, un giudizio delle chiacchiere. Bisogna stare attenti a quello che deciderà la giustizia. Una volta che giustizia ha parlato, parlerò io».

La settimana scorsa si è parlato di una partecipazione del Vaticano tra i negoziatori per la crisi in Venezuela. E’ una possibilità concreta?

«Due anni fa ho avuto un incontro positivo con il presidente Maduro. Poi lui ha chiesto udienza l’anno scorso, ma l’ha cancellata perché aveva l’otite. Ho lasciato passare del tempo e quindi gli ho scritto una lettera. Ci sono stati contatti per un eventuale incontro. Sì, con le condizioni che si fanno in questi casi: si pensa in questo momento – ma non sono sicuro – alla possibilità che nel gruppo della mediazione, ci sia anche un rappresentante della Santa Sede».

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